
BLACK BAG – DOPPIO GIOCO
Regia di Steven Soderbergh – USA, 2025 – 93′
con Cate Blanchett, Michael Fassbender, Marisa Abela
SODERBERGH IN GRAN FORMA, IN UN FILM ILLUMINATO DA MICHAEL FASSBENDER E CATE BLANCHETT
Londra. L’agente segreto George Woodhouse deve svolgere una delicata missione; il suo superiore Meacham gli ha dato infatti una settimana di tempo per indagare sulla fuga di notizie di un software top-secret dal nome in codice Severus. Tra i cinque agenti del SIS sospettati, c’è anche sua moglie Kathryn. Così, per smascherare il traditore, invita gli altri quattro a cena a casa sua: Clarissa, specialista in immagini satellitari, il suo compagno e superiore Freddie, la psichiatra dell’agenzia Joe e il suo fidanzato James, anche lui agente segreto. Droga poi il cibo per abbassare le loro inibizioni. Quella stessa sera Meacham muore per un attacco cardiaco e i sospetti di George su sua moglie aumentano quando trova un biglietto del cinema nella spazzatura. Ma Kathryn è colpevole o la posta in gioco è ancora più alta? L’uomo si trova così diviso tra l’amore per lei e il dovere nei confronti del proprio paese.
Intrigo a Londra. L’ambientazione si sposta rispetto al film che Steven Soderbergh ha diretto nel 2006 con George Clooney come protagonista. Dalla Berlino degli anni ’40 si passa alla Londra contemporanea.
Nulla è come sembra. Soderbergh mette in atto quel ‘gioco di maschere’ che spesso attraversa il suo cinema e dove i protagonisti sembrano già pronti per la finzione dello schermo, per essere altri personaggi.
Il dettaglio del biglietto del cinema nella borsa di Kathryn non solo è rivelatore ma il titolo, Dark Windows, potrebbe essere quello alternativo a Black Bag, proprio perché nasconde quelle tracce di oscurità proprie della spy-story a cui fa da contrasto quella luce persistente, sui primi piani di Michael Fassbender e Cate Blanchett che diventano figure luminose, forse la reincarnazione di quelle hitchcockiane di Cary Grant e Grace Kelly che illuminano lo schermo ogni volta che vengono inquadrati e fanno percepire sempre le tracce della loro presenza, anche nel fuori-campo: “Io osservo lei e lei osserva me”.
È uno dei meccanismi classici del cinema di spionaggio, dove non ci sono mai risposte, ma aumentano invece i dubbi e le possibili, molteplici, piste narrative. In più il gioco psicologico che George propone durante la cena, con i propositi per la persona accanto, mette in atto un altro elemento sempre funzionale e seducente del suo cinema: quello di far mettere i personaggi nei panni dell’altro, di avvertirne i pensieri, anticiparne le azioni, leggerne la mente.
Rispetto alla saga di 007, il cineasta statunitense depura ogni possibile traccia letteraria. In Black Bag – Doppio gioco, non c’è Ian Fleming, e i fitti dialoghi della sceneggiatura di David Koepp diventano l’ulteriore sfida per il regista di mostrarli come doppi, depistanti, di coglierne la crescente tensione, di sottolinearne la natura di ‘bugie vere’, di renderli anche ironici. Ma quello che riesce benissimo a Soderbergh, ancora una volta, è quello di trovare il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.
C’è un’eleganza che non è mai forma. I colpi improvvisi (il coltello da bistecca sulla mano di Freddie), sembrano come dei gesti improvvisi in un meccanismo narrativo collaudatissimo, ma che mostra come il cinema di Soderbergh può aprirsi a improvvise sorprese. Anche Black Bag – Doppio gioco, è un film che insegue la luce. Quella delle candele dei bicchieri a tavola sembrano arrivare da lì. Sotto questo aspetto oggi il regista è l’unico, nel panorama statunitense, che può riprendere la lezione di Roger Corman dove in un film c’è parte che resta di quello (o di quelli) precedenti con momenti di grande e puro cinema, come il piano-sequenza iniziale con l’entrata di George dentro il locale.
Simone Emiliani – Mymovies
Tematiche: spionaggio, tradimento e lealtà, Matrimonio – coppia, Potere e controllo, Verità e menzogne, Identità e ruolo
Black Bag è un film di spionaggio che in realtà parla della coppia contemporanea, stretta nella morsa lavoro/privacy. Fassbender & Blanchett devono trovare una via d’uscita nel groviglio di indizi e menzogne che possa salvare il Paese, ma soprattutto il loro matrimonio. Perché in Black Bag la vita di coppia diventa l’unico “mondo” rimasto da preservare.
“Black Bag – Doppio gioco” è prima di tutto un film di divertimento, in cui ci si appassiona agli incastri millimetrici della trama – la risoluzione finale è impeccabile, cosa rarissima in un film di spionaggio – e alle interpretazioni eccellenti di Blanchett e Fassbender.
Un gioco intellettuale, di vera eleganza.
Una spy-story classica con tracce di Hitchcock e 007, elegante e seducente, dove nulla è quello che sembra. Il perfetto equilibrio tra il cinema d’autore e quello d’intrattenimento.
Recensioni
3,7/5 MYmovies
4/5 ComingSoon
4/5 Sentieri Selvaggi
LO SPIONAGGIO OLTRE LA FINZIONE
Al di là del campo di battaglia, la strategia e l’intelligence svolgono un ruolo vitale in qualsiasi conflitto. Nella trama della storia, lo spionaggio ha svolto un ruolo di primo piano in più occasioni, cambiando talvolta drasticamente il corso degli eventi. Anche se spesso associamo lo spionaggio alle trame di film o romanzi, la realtà è che è molto presente nel nostro mondo.
Sapete che esistono varie tipologie di spie?
Le spie interne sono individui che fanno parte dell’organizzazione o del governo nemico. La loro posizione consente loro di avere accesso a informazioni altamente sensibili e riservate.
Le spie di turno sono nemici catturati che sono stati persuasi a lavorare per conto di coloro che li hanno catturati. Questi tipi di spie possono essere incredibilmente preziosi grazie al loro accesso e alla conoscenza interna del nemico.
Le spie di sopravvivenza sono agenti inviati in territorio nemico allo scopo di raccogliere informazioni. Il loro nome deriva dal fatto che devono sopravvivere in territorio nemico per lunghi periodi di tempo.
Le spie della morte sono coloro che raccolgono informazioni sapendo che, una volta scoperte, il loro destino sarà quasi certamente la morte. Sono agenti che si infiltrano nelle file nemiche per diffondere disinformazione, seminare discordia e operazioni di sabotaggio.
Nella lunga storia dello spionaggio, alcune figure si distinguono per il loro coraggio, intraprendenza e contributo all’arte dell’inganno.
Mata Hari, il cui vero nome era Margaretha Geertruida Zelle, era una famosa ballerina e cortigiana esotica dell’inizio del XX secolo. Il suo fascino e il suo talento per la seduzione l’hanno portata in un mondo di intrighi internazionali durante la prima guerra mondiale. Lavorando per la Germania come spia, Hari divenne una figura misteriosa . Fu arrestata dai francesi nel 1917, condannata per spionaggio e giustiziata.

Harold Adrian Russell “Kim” Philby è una delle spie più famose della Guerra Fredda. Membro del famigerato gruppo di spionaggio noto come “Cambridge Five”, Philby ha lavorato per l’MI6 britannico mentre agiva come doppio agente per l’Unione Sovietica. Per decenni, Philby ha passato informazioni cruciali al KGB, inclusi dettagli sulla strategia della NATO e sulle operazioni di intelligence occidentali. Il suo tradimento fu finalmente scoperto nel 1963, ma riuscì a fuggire a Mosca prima di essere arrestato.

Aldrich Ames, un ex ufficiale della CIA, è una delle spie più famose della storia americana. Dalla sua posizione con la CIA, Ames ha spiato per l’Unione Sovietica per quasi un decennio prima di essere scoperto nel 1994. Durante questo periodo, Ames ha compromesso una serie di operazioni di intelligence della CIA e ha rivelato l’identità di varie fonti di intelligence statunitensi, molti dei quali furono successivamente giustiziati. Ames è stato condannato all’ergastolo nel 1994 e si trova tuttora in carcere.

Julius ed Ethel Rosenberg erano una coppia americana condannata e giustiziata nel 1953 per spionaggio per conto dell’Unione Sovietica. I Rosenberg furono accusati di aver passato informazioni sulla bomba atomica ai sovietici durante la seconda guerra mondiale, in uno dei casi più controversi della guerra fredda. Furono giustiziati sulla sedia elettrica, diventando gli unici cittadini statunitensi ad essere stati giustiziati per spionaggio durante la pace.
Sidney Reilly, a volte chiamato “la migliore delle spie”, era un agente segreto britannico nato in Russia che operava all’inizio del XX secolo. La sua vita è avvolta nel mistero e nella leggenda, con storie del suo coraggio e astuzia che rivaleggiano con qualsiasi fiction di spionaggio. Si ritiene che Reilly abbia svolto un ruolo cruciale in diversi importanti eventi geopolitici, inclusa la caduta dello zar russo Nicola II. La sua vita e le sue imprese hanno ispirato numerose opere di narrativa, tra cui Ian Fleming per il suo personaggio di James Bond.
Fonte: Espiamos.com
MGF

Per rispondere a questa domanda, bisogna porre l’ascesa del regime nazista nel contesto storico: ci troviamo in una Germania al collasso, messa in ginocchio dalle riparazioni imposte dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, un Paese in cui l’inflazione era così galoppante che gli stipendi erano rivisti giorno per giorno, senza che ciò fosse d’aiuto alla popolazione.
Ma da qui alla persecuzione sistematica serve un passo ulteriore: serve dimostrare che tutte queste “persone che non sembrano tedeschi”, siano essi ebrei, rom, omosessuali, comunisti o disabili, abbiano veramente delle cattive intenzioni nei confronti del Paese. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è così: nascono dunque i giornali di partito, che riferiscono solo versioni ufficiali rivedute e corrette dal Governo stesso. L’interesse non è trasmettere la verità, ma diffondere una menzogna che faccia comodo.
Un primo tentativo di screditare l’arte non istituzionale fu fatto nel 1933, quando Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, organizzò una mostra di “arte degenerata”, nella quale veniva mostrato “come le menti malate vedevano la natura”. Tuttavia, l’enorme successo della mostra, che nonostante l’intento derisorio piacque a due milioni di persone, spinse presto la Germania a metodi più drastici.
Si provvide poi alla distruzione sistematica delle opere d’arte che non si era riusciti a vendere, in quanto inutili anche da un punto di vista economico.
Nelle foreste della Finlandia, tra laghi cristallini e notti illuminate dall’aurora boreale, si nasconde un segreto brassicolo vecchio di secoli: la birra Sahti finlandese. Questa bevanda, che fonde ritualità pagane e ingredienti selvatici, non è solo una birra. È un viaggio nel tempo, un’esperienza sensoriale che racconta storie di clan, saune fumanti e feste del solstizio. Con la sua gradazione coraggiosa e l’aroma di ginepro, la Sahti sfida le convenzioni moderne, offrendo un sorso di autenticità nordica.
Il suo profilo è unico: note terrose si intrecciano a sentori resinosi del ginepro, mentre una dolcezza maltata ricorda il pane di segale appena sfornato. Non esiste una Sahti uguale all’altra. Ogni famiglia custodisce variazioni segrete, tramandate come dote nuziale.
Gli ingredienti principali sono orzo e segale tostati su legno di betulla, ginepro, acqua di pozzo non trattata e fermentazione spontanea o da ceppi ancestrali. I malti si mescolano in un tino di legno chiamato kuurna, il filtraggio avviene attraverso rami di ginepro che rilasciano oli essenziali donando note balsamiche e creando un dialogo aromatico con i malti di segale. La fermentazione è breve, due o tre giorni in botti di quercia, e il consumo è immediato.

Secondo le credenze popolari, durante l’Obon le anime dei defunti tornano per ricongiungersi ai propri cari, e simbolicamente le lanterne accese servono a guidarle verso la strada di casa. Per molti giapponesi questa festività è un’occasione di raduno con la famiglia e di ritorno alla propria città natale.
La pratica buddista dell’Obon ha origini cinesi ed è stata introdotta in Giappone nel VII secolo. Secondo una leggenda, il monaco Mokuren, un discepolo del Buddha, vide la madre defunta grazie a dei poteri soprannaturali, e si accorse che il suo spirito soffriva perché si trovava nel regno dei fantasmi affamati. Mokuren chiese al Buddha come poteva liberare la madre dalle sofferenze, e lui gli disse di fare delle offerte agli altri discepoli.
Tradizionalmente nei primi due giorni di festività vengono poste delle lanterne fuori casa per guidare gli spiriti degli antenati, permettendogli di ritrovare la propria dimora terrena: questa pratica era molto diffusa un tempo, ma al giorno d’oggi sono sempre meno le persone che seguono la tradizione.
Per celebrare l’Obon vengono organizzate delle feste di paese in tutto il Giappone, con tante bancarelle e grandi spettacoli di luci. Per l’occasione i giapponesi usano indossare lo yukata o un leggero kimono estivo.
La psicodinamica delle relazioni familiari è lo studio dei processi psichici che si attivano e si influenzano reciprocamente tra i membri di una famiglia, in relazione al contesto sociale e culturale in cui vivono. Questa disciplina si occupa di esplorare le dinamiche affettive, emotive, cognitive e comportamentali che caratterizzano la vita familiare, sia nella sua dimensione individuale che collettiva.
Un altro modo di analizzare la psicodinamica delle relazioni familiari è quello di considerare la famiglia come un insieme di sottosistemi, cioè di gruppi più ristretti che si formano all’interno del sistema più ampio. Ogni sottosistema ha una propria identità, una propria funzione e una propria modalità di interazione con gli altri sottosistemi. Alcuni esempi di sottosistemi sono la coppia genitoriale, i fratelli, i nonni e i nipoti.
I confini, tuttavia, devono essere adeguati alla fase evolutiva della famiglia e alle esigenze dei suoi componenti. Se i confini sono troppo rigidi, possono impedire la comunicazione e la collaborazione tra i sottosistemi, creando isolamento e rigidità. Se i confini sono troppo permeabili, possono favorire l’ingerenza e la confusione tra i sottosistemi, creando dipendenza e fusione.
Un altro aspetto importante della psicodinamica delle relazioni familiari è quello del processo attraverso il quale la famiglia trasmette ai suoi discendenti una serie di elementi psichici, affettivi, relazionali e culturali, che provengono dalle generazioni precedenti.