Prosegue la collaborazione con l’Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni, il BAFF e il nostro Teatro.

Domenica 29 ottobre, prima della proiezione del film, sarà nostra ospite Noemi Bertoldi, che interpreta Anna (la figlia di Franco Amore) nel film L’ultima notte di Amore. Ma chi è questa nuova promessa del cinema italiano?

Noemi Bertoldi è un talento emergente del panorama cinematografico italiano.
E’ nata a Busto Arsizio nel 1997 e dal 2016 al 2019 ha frequentato l’ Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni (ICMA) sempre a Busto Arsizio, dove tutt’ora vive. Tra il 2016 e il 2019, durante gli anni degli studi, ha recitato in alcune pièce teatrali e a numerosi cortometraggi. E’ un volto conosciuto anche per i molti spot pubblicitari a cui ha preso parte.
Nel 2019 recita nel road-movie Mi chiedo quando ti mancherò di Francesco Fei, nel 2021 in Security di Peter Chelson, nel 2022 in Terry’s show di Matteo Ballarati, nel 2023 in Quello che gli altri non vedono di Matteo Ballarati e Federica Crippa.

 

Non perdetevi quindi l’incontro con Noemi domenica 29 ottobre, prima della proiezione del film L’ultima notte di Amore.

Vi aspettiamo numerosi!

MGF

 

Regia di Andrea Di Stefano – Italia, 2023
120′ – Thriller
con Pierfrancesco Favino, Linda Caridi,
Antonio Gerard

 

 

 

 

 

 

UN POLIZIESCO CHE PROCEDE CON GRANDE CONOSCENZA DEGLI STILEMI DEL GENERE NON TRALASCIANDO MAI IL FATTORE UMANO.

Franco Amore è un poliziotto all’ultimo giorno di lavoro dopo trent’anni di integerrimo servizio nelle forze dell’ordine. Ha già anche a lungo meditato il discorso d’addio in cui ricorda di non avere mai sparato a nessuno anche se gli incarichi pericolosi non gli sono mancati. La sua nuova moglie, la figlia che studia all’estero e gli amici hanno organizzato una festa a sorpresa per lui quando, all’improvviso, viene richiamato in servizio perché è accaduto un fatto grave.
Andrea Di Stefano ha realizzato un film di genere nel quale ci si occupa del mondo del crimine e per il quale sarebbe un crimine rivelare anche pochissimo di più di quanto esposto nella breve sinossi.
Perché, dopo il breve prologo, lo spettatore deve seguire passo dopo passo, decisione dopo decisione, incontro dopo incontro, quella che il regista stesso definisce come una discesa agli inferi del protagonista. Insieme a lui si è chiamati a giustificare o meno delle scelte, a cercare di capire come sia possibile conservare l’integrità e come si riesca a uscire da tunnel apparentemente chiusi sul fondo.
Di Stefano è arrivato a girare il film dopo un lungo e serissimo approfondimento di conoscenza sia del lavoro (e dell’usura che spinge ai
prepensionamenti) del lavoro di poliziotto sia del sottobosco criminale milanese. Questo è un film a cui la comunità cinese di Milano ha dato il suo contributo non solo attoriale ma anche di conoscenza di quanto avviene sul territorio.
Poi c’è Milano, una metropoli prevalentemente ripresa di notte (a partire dai lunghi ma efficaci titoli di testa) che diventa teatro di una vicenda che come plot di base poteva essere ambientata ovunque ma che come mood trova in quelle vie, in quella piazza Duomo deserta, in quel contesto di mix di attività più o meno borderline sul piano della legalità, il suo giusto contesto.
E poi c’è Pierfrancesco Favino.
Nella terza stagione di Boris un personaggio diceva: “Una volta c’erano i ruoli, per gli attori. Adesso li fa tutti Favino”. Tutti certamente no ma quelli che accetta sa come gestirli. Come questo Franco Amore di cui sa cogliere tutte le sfumature di coerenza ma anche di fragilità, di determinazione ma anche di paura. Anche di amore, quello privo della maiuscola del cognome, ma mostrato e dimostrato per la donna con cui condivide la vita.
Un personaggio a cui offre la giusta naturalezza insieme all’altrettanto giusta tensione una Linda Caridi che riesce ad essere credibile anche quando la sceneggiatura la colloca in una situazione al limite della verosimiglianza. Il cinema di genere in Italia abbisogna di film come questo e di registi come Di Stefano che ha la giusta passione ed empatia per affrontarlo.

Giancarlo Zappoli – Mymovies

 

IL REGISTA
ANDREA DI STEFANO

 

 

 

Nato a Roma, si trasferisce – dopo la maturità scientifica e 2 anni spesi all’università di Roma – a New York, dove studia recitazione all’Actors Studio; sempre negli Stati Uniti d’America debutta in teatro e nel cinema in film indipendenti come Smiles, regia di Andrew Hunt, e The Pagan Book of Arthur Rimbaud, regia di Jay Anania. Il primo ruolo importante è quello di protagonista nel film Il principe di Homburg (1997), regia di Marco Bellocchio.

Tra i numerosi film successivamente interpretati, ricordiamo: Il fantasma dell’Opera (1998), regia di Dario Argento e girato a Budapest; Almost Blue, regia di Alex Infascelli, e Prima che sia notte, diretto da Julian Schnabel, entrambi del 2000; Angela (2002), regia Roberta Torre, Il vestito da sposa (2003), diretto da Fiorella Infascelli; Cuore sacro, per la regia di Ferzan Özpetek, e l’opera prima di Alessandro Tofanelli, Contronatura, entrambi del 2005.

Nel 1999 debutta in televisione da protagonista nella miniserie in due puntate, Ama il tuo nemico, regia di Damiano Damiani, in cui ha il ruolo di Fabrizio Canepa, interpretato anche nella seconda serie in onda nel 2001. Sempre in TV è protagonista, nel ruolo di Umberto Boccioni, del film TV I colori della gioventù (2006), regia di Gianluigi Calderone, e della serie tv Medicina generale (2007), regia di Renato De Maria, in cui ha il ruolo di Giacomo Pogliani, che interpreta anche nella seconda stagione della serie in onda nel 2009, ma che è stata dapprima spostata da Rai 1 a Rai 3 e poi soppressa. Nel 2014 debutta alla regia con Escobar, con protagonista Benicio del Toro.
Come regista firma
Escobar (Escobar: Paradise Lost) (2014)
The Informer – Tre secondi per sopravvivere (The Informer) (2019)
L’ultima notte di Amore (2023)

 

PIERFRANCESCO FAVINO

 

 

 

 

Attore romano classe 1969, Pierfrancesco Favino è stato negli anni protagonista di grandi successi cinematografici, italiani e internazionali.
Vincitore del David di Donatello per “Romanzo criminale” e per “Romanzo di una strage”, e più volte premiato nel corso della sua carriera, Favino ha due figlie, avute dalla compagna Anna Ferzetti.

—> Nel 2014, Pierfrancesco Favino (che nel 2019 è stato protagonista de “Il traditore” di Marco Bellocchio, mentre nel 2020 lo vedremo in “Hammamet” di Gianni Amelio e ne “Gli anni più belli” di Gabriele Muccino) ha prestato il volto a Mimmo, protagonista del film noir “Senza nessuna pietà” di Michele Alhaique.
Per interpretare questo ruolo Favino è ingrassato di oltre venti chili. «Mia figlia mi chiamava Ciccio. Quando sono dimagrito erano tutti un po’ delusi».

—>Diverse sono le produzioni internazionali a cui ha preso parte, da “Una notte al museo” a “Le cronache di Narnia – Il principe Caspian”, da “Miracolo a Sant’Anna” ad “Angeli e Demoni” e “World War Z”

—> Favino è un grande sportivo. Quando ha portato sullo schermo Gino Bartali, nella miniserie “Gino Bartali – L’intramontabile”, ha preso il suo ruolo talmente sul serio da macinare ben cinquemila chilometri in bicicletta. E’ anche un grandissimo tifoso della Roma.

—> Quando ha recitato in “Suburra”, Pierfrancesco Favino è stato protagonista di un curioso episodio. Impegnato a girare una scena davanti al Parlamento, il regista gli ha fatto ripetere una battuta talmente tante volte che sono intervenuti i Carabinieri, intimandolo (insieme a tutta la troupe) di allontanarsi.

—>Pierfrancesco Favino e Anna Ferzetti stanno insieme da 16 anni.
I due hanno vissuto in case separate fino a qualche mese dopo la nascita della loro primogenita. Anna, per Favino, sex symbol adorato dalle donne di ogni età, è il grande amore della vita.

 

 

 

Il film ha ottenuto 5 candidature ai Nastri d’Argento, In Italia al Box Office “L’ultima notte di Amore” ha incassato 3,3 milioni di euro .

Recensioni
8/10 Hynerd.it
4/5 Cineforum.it
4/5 Coming Soon
3,5/5 Mymovies

 

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MGF

       

Ripartono a Busto Arsizio i cineforum!

Qui di seguito alcuni articoli dei giornali locali

https://www.malpensa24.it/via-ai-cineforum-a-busto-con-lultima-notte-di-amore-al-s-giovanni-bosco/

https://www.varesenews.it/2023/10/riparte-a-busto-arsizio-la-stagione-del-cinema-dessai/1728113/

https://www.ilbustese.it/2023/10/02/leggi-notizia/argomenti/cultura-17/articolo/busto-riparte-la-stagione-del-cinema-dessai-maffioli-occasioni-preziose-le-nostre-sale-patr.html

https://www.rete55.it/notizie/arte/busto-cinema-dessai-si-riaccendono-i-proiettori/

https://www.varesenoi.it/2023/10/02/leggi-notizia/argomenti/cultura-16/articolo/busto-riparte-la-stagione-del-cinema-dessai-maffioli-occasioni-preziose-le-nostre-sale-patr.html

Buona lettura e buona visione a tutti!

MGF

Regia di David Bickerstaff.
Un film con Robert Lindsay. Genere Arte

Gran Bretagna, 2023, durata 90 minuti.

 

 

 

 

 

 

JAN VERMEER: PRESTO E BENE, UNA CONTRADDIZIONE IN TERMINI

Johannes van der Meer, conosciuto come Jan Vermeer, è uno degli artisti più rinomati del secolo d’oro olandese.
Eppure, non vi sono che trentaquattro opere attribuite universalmente alla sua mano; alcuni studiosi si spinsero ad attribuirgliene sessantasei in totale, cifra che comunque non si avvicina neanche all’opera completa di altri artisti anche meno famosi.
E dunque, perché questa fama universale? Come ha fatto questo artista a diventare celebre in tutto il mondo, pur avendo dipinto meno di quaranta opere, per di più nemmeno enormi ed epiche?

Diana e le Ninfe - 1654         

Vermeer dipinse quasi esclusivamente piccole scenette di genere, con qualche raro e primitivo excursus biblico o mitologico.
Eppure, i suoi personaggi, gente comune che all’epoca si poteva incontrare per la strada senza doversi prendere la briga di andare in un museo, sono diventati celebri in tutto il mondo; pur senza ricordare il nome dell’artista, tutti noi abbiamo in mente almeno qualcuna delle sue opere, anche tralasciando l’ormai celeberrima Ragazza con l’Orecchino di Perla.

 

È come se i suoi personaggi, resi immortali dai pregiati colori a olio e dalle fini pennellate della sua mano, fossero entrati nella mente comune, incidendosi a vivo fuoco nella memoria collettiva.
Il motivo, a mio parere, è la sua estrema precisione, l’uso sapiente del colore e lo studio della luce, motivi questi che lo costrinsero a dipingere così poche opere nel corso della vita: Vermeer era un artista lento e metodico, che preferiva di gran lunga la qualità alla quantità.
Le sue opere hanno una chiara discendenza dalla pittura fiamminga, di cui ricordo i maggiori esponenti: Jan Van Eyck, Pieter Bruegel, Anthony Van Dyck, Rogier van der Weiden. I fiamminghi ispirarono una moltitudine di artisti in tutta Europa, dai Veneti come ad esempio Giorgione fino a Albrecht Dürer e Hans Holbein, e una delle più attente rielaborazioni dei principi pittorici della corrente fiamminga si ritrova forse proprio in Vermeer, che ha fatto sue molte delle tecniche pittoriche utilizzate.

 

 

                 

La principale tecnica è la sovrapposizione di velature lievi di colore: questo permette a Vermeer di creare quelle magnifiche sfumature di luce ed ombra; sembra quasi che sia il materiale a forgiare la luce, e non viceversa: è la luce a prendere vita al contatto con la pelle, la stoffa, il legno, e non viceversa, in un’esaltazione della quotidianità che porta semplici personaggi ad innalzarsi nell’olimpo del mistico, quasi del divino. Una visione quasi religiosa, che ricorda Gesù quando disse: “Quando farete una di queste cose al più piccolo dei miei fratelli, l’avrete fatta a me”, e che esalta la banalità della routine quotidiana, trasformando ogni gesto in un rituale di importanza mistica, spingendoci a chiederci se anche ogni nostra piccola azione potrebbe essere in realtà pregna di un significato che noi, dalla nostra visione soggettiva, non siamo in grado di cogliere.

 

Un’altra importante lezione che potremmo cogliere dall’arte di Vermeer, nella nostra epoca dove tutto è disponibile subito allo schioccare delle nostre dita, è la pazienza: “presto” non significa necessariamente “bene”. In un mondo che va avanti in una corsa precipitosa, l’arte di Vermeer, i suoi trentaquattro dipinti lungo l’arco della sua intera vita, ci ricorda che per fare qualcosa di veramente bello è necessario fermarsi, rallentare, prendere nota di ciò che ci circonda e meditarci, ricercare una perfezione che forse non è di questo mondo, ma che è sempre una caratteristica del divino di cui siamo umana espressione.
Non possiamo arrogarci la pretesa di essere perfetti ogni minuto della nostra vita, ma possiamo invece rivendicare il diritto di fare le cose che amiamo con calma e metodo, senza premura, applicando un leggero strato di pittura in un piccolo punto della nostra esistenza, senza fossilizzarci sulla routine quotidiana sempre più frenetica ma ricavandoci giorno per giorno dei piccoli spazi tutti per noi in cui possiamo essere liberi di abbandonarci alla piacevolezza di ricercare un piccolo particolare, qualcosa che avremmo mancato di vedere, precludendoci la gioia di ritrovare un breve istante di perfetta letizia che ha il potenziale di illuminare l’intera giornata.

Possiamo opporci alla corrente che ci spinge a volere tutto pronto senza che noi alziamo un dito, possiamo creare noi stessi qualcosa di bello, distaccandoci dalla freddezza consumistica che ricorda così tanto il peccato di gola per permetterci di prendere in mano anche solo un piccolo dettaglio della nostra vita, di ritoccarlo ancora e ancora fin quando non sarà così bello da forgiare la luce che lo sfiora, elevandone la bellezza e mostrando al mondo che la cura e l’amore rendono ogni cosa più bella, più calda, più luminosa.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

 

“Vermeer non sarà più lo stesso (…). Questa è più di una mostra. È un miracolo”
⭐⭐⭐⭐⭐ – The Guardian

“Un’esperienza unica nella vita (…). Mozzafiato”
⭐⭐⭐⭐⭐ – The Times

MGF

Regia di Bobby Farrelly
USA, 2023 – 123′
con Woody Harrelson, Kaitlin Olson, Ernie Hudson

 

 

 

 

 

 

DELLA CATTIVERIA DEI FARRELLY NON È RIMASTO NULLA: IL FILM È UN REMAKE PIENO DI BUONE INTENZIONI CHE ESALTA I PERDENTI E LA CREAZIONE DI UN GRUPPO

Il remake dello spagnolo Non ci resta che vincere è rassicurante e affettuoso, ma Bobby Farrelly non è banale nel far incrociare lo sguardo scorretto con il feel-good movie.
Non è il caso di riesumare l’antico adagio su come chi nasca incendiario alla fine muoia pompiere, ma è interessante osservare la parabola di Peter e Bobby Farrelly, assurti alla gloria grazie a una serie di commedie grevi e di rottura come Tutti pazzi per Mary e Amore a prima svista.
Al di là delle facili letture, la carriera dei fratelli è abbastanza interessante e segna una via inedita al racconto delle turbolenze sentimentali, incrociando in modo piuttosto spericolato l’afflato demenziale e il sottotesto malinconico, l’attenzione alle minoranze e la scorrettezza che tracima nella volgarità.

Dopo alcune esperienze non proprio fortunatissime, superati i sessant’anni, i due si sono messi in proprio. È evidente che Farrelly abbracci la quintessenza del feel-good movie, una storia ottimista che fa stare meglio chi la vede (pur con tutto ciò che ne consegue, in primis una temperatura emotiva che rende tutto fin troppo rassicurante), ma la cosa più interessante di Campioni è come il regista riesca a mettere il suo sguardo “scorretto” all’altezza di un racconto così sfacciatamente “corretto”.
Per una volta segnaliamo l’ottima decisione della distribuzione italiana che per il doppiaggio dei protagonisti ha scelto otto non professionisti, affetti da sindrome di down e dello spettro autistico. L’inclusione si fa anche così. Peter ha indovinato un furbo buddy movie nostalgico che gli è valso addirittura un Oscar (Green Book), Bobby si lancia ora nell’avventura solista con un remake di Non ci resta che
vincere (titolo originale: Campeones), commedia spagnola del 2019 che non solo ha portato in sala oltre tre milioni di spettatori in patria, ma ha anche offerto uno di quei concept che funzionano a tutte le latitudini.
All’origine c’è il ricordo di una storia vera (quella dell’Aderes Burjassot, squadra di basket che ha vinto i campionati per disabili in Spagna dal 1999 al 2014) e lo schema narrativo è risaputo e prevedibile: un coach di una serie minore, insoddisfatto (Woody Harrelson), che, dopo una lite in campo con il suo superiore, viene affidato ai servizi sociali per novanta giorni, periodo in cui deve occuparsi di una squadra formata da giocatori con disabilità intellettive e difficoltà di apprendimento.: lui gli insegna le regole del basket, loro a vivere meglio.

Lorenzo Ciofani – Cinematografo.it

 

IL REGISTA BOBBY FARRELLY

Regista, produttore, produttore esecutivo, coproduttore, scrittore, sceneggiatore, è nato il 17 giugno
1958 a Cumberland, Rhode Island (USA).
Fratello del regista Peter Farrelly e dell’attrice Cynthia Farrelly Gesner, dopo essersi laureato al Rensselaer
Polytechnic Institute, sposa l’attrice Nancy Farrelly, dalla quale avrà  due figli. Fin dal principio, lavora in
coppia con il fratello Peter, scrivendo, dirigendo e producendo a quattro mani commedie politicamente
scorrette.
Firmano il loro film cult nel 1998 con Tutti pazzi per Mary, che vede nel cast Cameron Diaz, Matt Dillon e
Ben Stiller. I fratelli Farrelly imbastiscono una commedia esilarante che è un po’ la presa in giro di tutte le commedie sentimentali statunitensi, passando alla cronaca per esilaranti gag ancora inedite nella storia del cinema.

Nel 2000 tornano alla carica dirigendo ancora una volta Carrey in Io, me & Irene, nella storia di un poliziotto dalla doppia personalità, e l’anno dopo fanno ingrassare Gwyneth Paltrow in Amore a prima svista, che racconta di come un uomo, sotto l’effetto dell’ipnosi, veda le donne per la bellezza interiore e non per quella esteriore. Da quel momento in poi, passano alle gag slapstick di gemelli siamesi (Fratelli per la pelle) e alle commedie romantiche rosa confetto dai dialoghi alla Woody Allen (L’amore in gioco), ma sempre con uno sguardo acuto, beffardo, discreto, cinico e spiritoso, riuscendo a cogliere perfettamente anche le figure di contorno. Nel 2011 tornano, dirigendo Owen Wilson, nell’ennesima commedia sboccata: Libera Uscita, e nel 2012 riscoprono il talento comico de I tre marmittoni. Sarcastici e divertenti, beceri e sboccati, leggermente trucidi, viene da chiedersi contro quale altro tema si scaglieranno: famiglia, sesso, razzismo o anima?

 

L’ATTORE PROTAGONISTA WOODY HARRELSON

(Midland, 23 luglio 1961),
Figlio di Charles Harrelson, killer professionista morto in carcere nel 2007, e di Diane Lou Oswald. Nato in
Texas, subito dopo aver frequentato il college Hanover in Indiana, si trasferisce a New York, dove entra a far
parte nel cast della serie televisiva Cin cin. La sua apparizione in questa sit-com, durata 8 anni, nel 1989
gli regala un Emmy come miglior attore non protagonista.
Il debutto sul grande schermo ha inizio nel 1986, a fianco di Goldie Hawn, con il film Una bionda per i
Wildcats.
È un crudista vegano, ed è inoltre un accanito sostenitore della depenalizzazione e legalizzazione
della canapa e della marijuana, oltre ad essere un attivista ambientale e sociale. Definitosi un anarchico,
l’attore nel 2002, in un articolo da lui stesso scritto sul quotidiano britannico The Guardian, condannò
duramente l’intervento militare statunitense in Iraq da parte dell’allora presidente George W. Bush.
Harrelson è stato sposato, dal 29 giugno 1985 al gennaio 1986, con Nancy Simon, figlia del drammaturgo
Neil Simon. Nel 2008 sposa Laura Louie, cofondatrice di “Yoganics” (un servizio a domicilio di prodotti biologici), nonché sua ex-assistente, con la quale è fidanzato dal 1987 e dalla quale ha avuto tre figlie: Deni Montana Zoe Giordano e Makani Ravello . Tutta la famiglia risiede sull’isola hawaiiana di Maui.
Nel 1982 Harrelson venne tratto in arresto dalla polizia di Columbus (in Ohio) per disturbo della quiete pubblica ed intralcio al traffico.
Nel 2002 Harrelson, a bordo di un taxi, rimase coinvolto in un incidente stradale a Londra, che si tradusse in uno spericolato inseguimento da parte della polizia. Tale evento sarà poi fonte d’ispirazione per il film, diretto dallo stesso Harrelson, Lost in London (2017)

 

RECENSIONI
3/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Ciak Magazine
4/5 Movieplayer

 

MGF