Regia di Matteo Gagliardi

con Luigi Diberti, Benedetta Buccellato

Docu-fiction – Italia, 2023 – 90′

 

 

 

L’ANALISI INTERPRETATIVA DI UN CLASSICO ATTRAVERSO LA DIMENSIONE CONTEMPORANEA

Mirabile visione: inferno, il documentario diretto da Matteo Gagliardi, è un percorso documentaristico che riprende i grandi temi della Divina Commedia e li adatta nei “se” della contemporaneità. Ciò che colpisce è l’intreccio della filmografia in cui sembra risiedere una misteriosa e dettagliata perfezione che invita a delineare aspetti che riprendono il contesto sociale odierno, una simulazione sperimentale che inscena il progresso e il regresso sociale costruendo un racconto di elevata calibratura dal punto di vista culturale, politico e morale. Infatti, si legge nel documentario la denuncia provocatoria nei confronti di una modernità pigra e immobile. Attraverso lo sguardo della professoressa Argenti interpretata da Benedetta Buccellato, si analizzerà l’interpretazione che i suoi studenti faranno nel conoscere la figura di Dante Alighieri e soprattutto la capacità che dimostreranno nell’inserirlo nei loro contesti quotidiani come rappresentazione di eterni valori.
Mirabile visione: inferno offre una ripresa documentaristica che non sacrifica la parola ma la restituisce alla metafora personificata, attraverso l’essenzialità di personaggi che inscenano il paradosso umano. Padre Guglielmo, interpretato da Luigi Diberti, darà l’indicazione d’apertura verso l’indagine, restituendo al suo personaggio, in parte, l’onere di rappresentare Virgilio, importante portavoce di un messaggio trascendentale che giunge negli oscuri abissi infernali.
I gironi danteschi diventano allegoria e inscenano un esasperato contesto planetario in rivolta, metafora di un mondo che ha vissuto le più tristi calamità umane, il crollo di ideali, la caduta di una umanità che ha sfidato la natura ed ingannato lo stesso uomo. Una metafora che rigurgita gli estremi di una umanità moderna in cui prevalgono rabbia e risentimento nelle loro forme più estreme.
In 90 minuti, cerchio per cerchio, ripercorrendo la strada immaginata da Dante, si ripercorre una realtà attuale di cui sembra non comprendiamo i rischi e il pericolo muovendoci senza consapevolezza tra nuove guerre mondiali digitalizzate, tra comportamenti arroganti ed abusi di potere, tra dittature religiose e razzismi smisurati, l’un contro l’altro armato dalla sete di individualismo e sopraffazione, assuefatti o sottomessi ad ogni forma di violenza.
Matteo Gagliardi, con grande abilità illustrativa pone in essere la storia di un secolo, il Novecento, senza risparmiare nulla; documenti, analisi, immagini di grandi e piccoli eventi; tematiche climatiche ed ambientali, povertà, sfruttamento, piaghe sociali ed eccessi consumistici.
Dante potrebbe realmente vivere nel nostro mondo? L’intero documentario sembra rimarcare uno stretto legame tra ieri ed oggi; la selva oscura del peccato che sopravvive nell’uomo moderno.
Mirabile Visione: inferno è un lavoro scenografico eccellente, un’interpretazione che teoricamente convince ma che in parte si contraddice.
93 minuti indubbiamente sono sufficienti per porre delle domande ma non abbastanza per esprimere le dovute risposte. Un esperimento documentaristico di grande valore e di grande impatto culturale che semina una speranza: “E uscimmo a riveder le stelle”!

Giulia Massara – Cinematographe.it


La Divina Commedia di Alighieri, a cui il film rende un denso, meticoloso e intelligente tributo per i suoi settecento anni di storia, rappresenta ancora una delle opere più contemporanee che siano mai state scritte.


Oltre che viaggio attraverso la “Infima lacuna”, Mirabile Visione: Inferno è anche e soprattutto una potente radiografia dei mali che affliggono il mondo di oggi. Alla radice dei quali sono le colpe e le umane debolezze, di cui il capolavoro dantesco è una straordinaria allegoria.


Recensioni
3,9/5 ComingSoon
4,3/5 MyMovies
3/5 Cinematographe.it

 

FRANCESCO SCARAMUZZA

Francesco Scaramuzza nasce a Sissa (Pr) il 14 Luglio 1803 da Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni.
Sin dai primi anni di studio, il giovane dimostrò una spiccatissima predisposizione al disegno tanto da indurre i genitori ad iscriverlo al corso di pittura della Regia Accademia di Belle Arti, dove in seguito ottenne anche una cattedra che mantenne fino al 1877.
Vinse nel 1820, durante gli studi, vari premi e nel 1826 un corso di perfezionamento a Roma, dove realizzò i suoi primi lavori.
Nel 1836 partecipò all’Esposizione di Milano con un quadro rappresentante l’episodio dantesco del Conte Ugolino. L’opera suscita interesse e ammirazione sia tra il pubblico che tra i critici, cosa che dà al pittore la sicurezza e la spinta per cimentarsi nello studio dell’intera opera dantesca.
L’illustrazione della Divina Commedia consta di 243 cartoni: 73 per l’inferno, 120 per il Purgatorio e 50 per il Paradiso. Fu esposta per la prima volta a Parma nel 1870, non ancora compiuta ma già a buon punto per poter essere giudicata un capolavoro.
Parallelamente all’impegno di illustratore di Dante, Francesco Scaramuzza svolse un’attività pittorica di cui restano valide testimonianze nella Pinacoteca di Parma, in diverse Chiese e in collezioni private sparse in Italia ed all’estero.
Francesco Scaramuzza morì a Parma il 20 Ottobre 1886.

Fonte:

https://prolocosissa.jimdofree.com/personaggi/scaramuzza-francesco/

 

IL NOSTRO OSPITE: MATTEO GAGLIARDI

Matteo Gagliardi è un regista, sceneggiatore e montatore nato il 10 maggio 1978 a Jesi, in provincia di Ancona. Terminato il liceo scientifico, si iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Macerata mentre da autodidatta si specializza nella realizzazione di numerosi corti di formazione. Nel 2007 approfondisce in regia cinematografica con un corso intensivo alla New York Film Academy in Directing and Theatrical Production.
Inizia a lavorare nel mondo del cinema come assistente alla regia nel biennio 2008-2009. Sempre nel 2009 inizia, per poi concludere due anni dopo, la realizzazione dello spettacolo fulldome di 40 minuti SpaceOpera (2011). Si tratta di un filmato per planetari digitali e teatri Omnimax in cui lo spettatore, avvolto da una visione a 360 gradi, si ritrova all’interno di una astronave aliena mentre attraversa e (ri)scopre il cosmo guidato dalla voce italiana della Principessa Leila in Star Wars, Ottavia Piccolo.

 

Nel 2012 è co-autore del docufilm Fukushame: Il Giappone Perduto (2013) ed è montatore e curatore degli effetti speciali visivi del corto 41° Parallelo per la regia di Davide Dapporto con protagonista il padre, Massimo Dapporto, Gianfelice Imparato ed Ernesto Mahieux. Sempre nello stesso anno, è direttore artistico dell’evento Black&White dell’America’s Cup a Napoli, realizzando per l’occasione e per la prima volta in Italia, una Discodome ovvero discoteca avvolta da immagini a 360°.

 

Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene nel 2016 quando realizza Fukushima: a nuclear story. La pellicola viene venduta in almeno 20 paesi aggiudicandosi il premio DIG 2016, il Premio di miglior docufilm all’Uranium Film Festival 2016 a Rio de Janeiro e raggiungendo la rosa dei finalisti ai Nastri d’Argento 2017.

Si dedica dal 2019 al 2022 in qualità di produttore, co-autore e regista, nella realizzazione del docufilm sulla Divina Commedia di Dante Alighieri in occasione dei 700 anni dalla sua morte, dal titolo Mirabile Visione: Inferno (2023). La pellicola viene distribuita in oltre 230 sale con il Patrocinio del Ministero della Cultura. Sempre nel 2021 ha coordinato la realizzazione del volume Francesco Scaramuzza e le tavole per la Divina Commedia con testi di Vittorio Sgarbi, e con il contributo dei Fondi per le Celebrazioni Dantesche.

 

MGF

 

 

Regia di Scott McGehee, David Siegel – USA, 2024 – 119′
con Naomi Watts, Bill Murray, Sarah Pidgeon

 

 

 

 

 

UN DRAMMA NEWYORCHESE IN AMBIENTE LETTERARIO, CON DUE OTTIMI ATTORI.

La romanziera e docente di scrittura di New York Iris vive da tempo un blocco creativo, aggravato dal dolore per la morte del suo amico e mentore Walter, un anziano autore amato e rispettato. Mentre cerca di rimettere in sesto la sua vita solitaria, Iris viene a sapere dalla vedova di Walter una delle ultime volontà dell’amico: affidare a lei il suo adorato alano Apollo, altrimenti destinato a un canile. Inizialmente riluttante, Iris porta Apollo nel suo appartamento di Manhattan, ma qui le cose si fanno complicate: il grosso animale è anche lui in lutto, apatico e malinconico; nell’edificio è vietato tenere animali domestici e la sua presenza rinverdisce in Iris i ricordi di Walter. La difficile convivenza, però, anche attraverso la scrittura, insegnerà a entrambi, alla donna e all’alano, a capirsi a vicenda.
Il film è la trasposizione di un romanzo, “L’amico fedele” di Sigrid Nunez, che nel 2018 vinse il National Book Award: l’elaborazione del lutto di una scrittrice, l’attraversamento di una crisi creativa senza sbocchi e la fuoriuscita attraverso il confronto con una presenza inattesa.
Il dramma newyorchese in ambiente letterario è quasi un sottogenere del cinema americano: si pensi in tempi recenti a “Copia originale”, “Un anno con Salinger”o “Eleanor the Great”, l’esordio di Scarlett Johansson presentato a Cannes.
L’amico fedele non si discosta da un modello che prevede che i personaggi appartengano all’élite intellettuale, che siano scrittori o docenti di scrittura (o entrambe le cose), che abitino in appartamenti pieni di libri e piante da salotto, che frequentino altri scrittori e che si confrontino con temi come il silenzio creativo, i limiti dell’arte, il dolore, la separazione, la fine di un amore o, come in questo caso, di una morte che ha messo fine a un’amicizia.
L’aspetto nuovo del film scritto e diretto dalla coppia Scott McGehee e David Siegel consiste nella presenza dell’alano Apollo, proveniente in questo caso da un altro sottogenere del cinema americano: la commedia con i cani. Anche qui non manca nulla, o quasi: la convivenza che da forzata si fa necessaria; i progressivi miglioramenti e i problemi con il vicinato; i reciproci insegnamenti tra padrone e animale. Manca per fortuna il versante comico dei disastri causati dal bestione pacioccone, dal momento che L’amico fedele, nonostante la simpatia posticcia di Apollo, non tradisce la sua origine letteraria e racconta un’elaborazione del lutto che passa da una donna a un cane e finisce per guarire entrambi.
Certo, chi conosce il libro di Nunez potrebbe rimanere deluso: a parte alcune conversazioni tra Iris e il suo mentore (lei è Naomi Watts e lui Bill Murray, entrambi misurati e senza timore di mostrare i segni del tempo), spesso inserite in voce over a commento delle immagini, mancano i riferimenti dell’autrice al vuoto abbacinante del blocco creativo; al silenzio del suicida che non ha dato spiegazioni e lasciato senza parole chi lo amava; alle riflessioni fulminanti sull’atto di scrivere e creare.
Di tutto questo non c’è traccia, o quasi, nella versione cinematografica, ma forse è un bene: perché L’amico fedele non ha l’ambizione del suo modello, ma cerca di raccontare semplicemente l’impasse esistenziale di una donna e i ricordi di una di una relazione che non c’entrava con l’amore, ma con l’affetto e la corrispondenza di sensi.
Solo così il film riesce a rappresentare la rinascita di Iris attraverso la relazione con Apollo. Tra la donna e il cane si innesca un transfert che riporta idealmente in vita Walter: un amico per lei, un padrone per lui, e per entrambi qualcuno la cui assenza ricorderà per sempre la sua vicinanza. Dal vuoto a volte può nascere la vita.

Recensione : Roberto Manassero – MyMovies


L’amico fedele ha la capacità di riflettere su cosa sia l’amore, e quanto l’amore non possa essere scisso da una certa fisicità (per questo diventa essenziale la grandezza scenica di un alano, goffo eppure maestoso, che Scott McGehee e David Siegel sembrano accarezzare, sequenza dopo sequenza). L’amore assoluto, puro, disinteressato, infinito. L’amore che resta addosso anche quando qualcuno non c’è più, sintetizzato negli occhi smarriti di un cane depresso. C’è qualcosa di più profondo e misterioso di uno sguardo che non ha bisogno di inutili parole?


Gentile, comico e davvero sorprendente, è un dramma introspettivo ed empatico, attraversato da umorismo e commedia, che scalda il cuore e lascia un senso di speranza – quella di poter imparare sempre qualcosa di nuovo dalla vita e da coloro che incontriamo, siano essi uomini o animali.


Questa non è solo la storia di una donna che si lega a un cane: è un racconto di perdita e dolore che sa che sentimenti così profondi non sono confinati a una singola specie.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,2/5 Comingsoon
3/5 Ciak Magazine


 

PET THERAPY: COSÌ I CANI POSSONO AIUTARE I PIÙ FRAGILI

Per migliorare la salute e il benessere delle persone, dai bambini agli anziani, i cani e altri animali d’affezione sono impiegati nella cosiddetta pet therapy. Questa semplice espressione indica gli interventi assistiti con animali, comprendendo tutte le attività e le terapie necessarie a incoraggiare l’interesse verso il mondo esterno e la voglia di interagire.
I benefici ottenuti sono molteplici e appurati tanto che, in Italia, l’impiego degli animali da compagnia ai fini di pet therapy è stato riconosciuto come cura ufficiale dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio 2003.
Ci sono alcune razze di cani maggiormente impiegate per la Pet Therapy per indole docile, collaborativa, affettuosa e socievole.

Alcune di queste i Labrador, i Golden Retriever, e gli Shihtzu, ma sono impiegati anche i meticci. Un recente studio sembra spiegare il motivo alla base di questa maggiore interazione e affinità con l’uomo che caratterizza determinate razze. Si tratta di due mutazioni genetiche che potrebbero aver reso il cane maggiormente amico dell’uomo. Esaminando il DNA di oltre 600 cani precedentemente sottoposti ad alcune prove insieme agli umani, è emerso che quelli risultati più affini e attaccati all’uomo, in grado di interpretare correttamente i suoi segnali, con propensione a guardarlo più spesso, presentavano proprio queste variazioni sul gene MC2R per il recettore della melanocortina 2.

I benefici della Pet Therapy sono numerosi e documentati:
– può accrescere l’autostima, soprattutto dei bambini, e la gratificazione di prendersi cura di un altro essere vivente
– può stimolare il linguaggio e la comprensione di nuove parole e azioni
– è di supporto nel processo di socializzazione, aiutando a confrontarsi e a interagire
– può abbassare l’ansia e risolvere la paura nei confronti del cane
– stimola la mente: con specifici giochi, soprattutto con i cani, si stimolano l’elaborazione, l’associazione, il confronto e la memoria

può aiutare a riabilitare il corpo: spazzolare il cane, lanciare la pallina o compiere movimenti più complessi, sono attività impiegate per la riabilitazione e l’allenamento fisico
– stimola le attività sensoriali in caso di cecità o ipovisione, sordità o sordocecità
– ha un effetto calmante: diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa

I cani, molto empatici e collaboranti, fungono da mediatori e facilitatori durante gli interventi, soprattutto con persone che faticano a comunicare, hanno deficit cognitivi o motori. L’impiego dei cani per aiutare i bambini e i ragazzi autistici è di importanza fondamentale.
La pet therapy è impiegata anche per attività educative o ludiche, volte a portare svago e un pizzico di leggerezza a pazienti oncologici, alle volte accompagnati anche nel doloroso percorso di fine vita.
In generale, la pet therapy è rivolta a categorie di persone considerate vulnerabili e dunque anche anziani affetti da Alzheimer, ragazzi vittime di bullismo, carcerati e persone in coma vegetativo.

Fonte: Fondazione Veronesi

Il libro di Sigrid Nunez, da cui è tratto il film

 

 

MGF

 

 

 

COMMEDIA
Regia di Paolo Genovese – Italia, 2025 – 97′
con Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi

 

 

 

 

UN FILM DICHIARATAMENTE DA GRANDE PUBBLICO, DIVERTENTE E ATTENTO ALLE NUOVE (IPER)SENSIBILITÀ MASCHILI E FEMMINILI.

L’animazione Disney-Pixar “Inside Out” (2015, 2024) ha conquistato il pubblico raccontando il mondo interiore di una preadolescente che compie il grande salto verso l’età adulta. Abbiamo fatto così la conoscenza delle emozioni che popolano l’animo della protagonista: in un primo momento Gioia, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto; successivamente Ansia, Noia, Invidia e Imbarazzo. Dalle stesse ascisse e ordinate narrative parte l’ultima commedia di Paolo Genovese, “FolleMente”, che indaga l’universo emotivo di due adulti alla prova del primo appuntamento. Genovese – suoi “Immaturi” (2011), “Tutta colpa di Freud” (2014) e “Perfetti sconosciuti” (2016) – visualizza e dà voce a tutto quel turbinio di idee, istinti, sensazioni ed emozioni che divampano nella mente quando ci si relaziona con l’altro, quando ci si mette in gioco in una relazione. Come protagonisti il regista romano ha scommesso sull’alchimia tra Pilar Fogliati ed Edoardo Leo, mentre per dare volto alle personalità di lei ha puntato tutto su Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini e Maria Chiara Giannetta. A popolare invece il mondo interiore maschile sono Marco Giallini, Claudio Santamaria, Rocco Papaleo e Maurizio Lastrico.
Roma, ora di cena. È il primo appuntamento per la trentacinquenne Lara e per il quarantenne Piero.
L’invito è partito da lei, che ha organizzato una cena; lui ha risposto positivamente, nonostante ci fosse in programma il derby calcistico della squadra del cuore. Entrambi sperimentano così diversi stati emotivi, spesso contrastanti, che vanno dall’agitazione alla timidezza, dall’audacia all’incertezza. A raccontare in diretta tutto questo lavorio interiore sono proprio le personalità che abitano la mente dei due. In quella di Lara ci sono: Giulietta, sognante e romantica; Alfa, decisa e decisionista; Trilli, leggera e sarcastica; e Scheggia, anarchica e rock. In quella di Piero: il Professore, solido e razionale; Eros, sfrontato e seducente; Romeo, dolce e timido; e Valium, stralunato e scettico…
“Con quanti aspetti del nostro carattere – afferma Genovese – dobbiamo fare i conti quando prendiamo una decisione? E quanti scontri avvengono nella nostra mente quando questa decisone è scomoda, complicata, destabilizzante o rischiosa? [È] il punto di partenza di questa commedia che vuole indagare e raccontare la conflittualità che abbiamo nell’affrontare le decisioni della vita e soprattutto nell’affrontare quelle decisioni che la vita ce la possono rendere meravigliosa o insopportabile: ovvero quelle sentimentali”.
Il soggetto del film è dello stesso Genovese, il copione è firmato dall’autore insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi. “FolleMente” è un viaggio tra testa e cuore in chiave semiseria, uno scandagliare il parco emozioni di due adulti che si stanno conoscendo e stanno provando a capire se quel primo incontro sarà l’inizio di un sentimento, di una relazione, o meno. Un primo appuntamento che gira come una seduta psicanalitica di gruppo, giocata tra suggestioni acute e battute brillanti. Genovese ritrova smalto ed efficacia narrativa, negli ultimi anni un po’ appannati, ritornando ai livelli di “Perfetti sconosciuti”. “FolleMente” è una commedia che ha ritmo, ariosità e freschezza narrativa, grazie a dialoghi ben cesellati, con lampi pepati e frizzanti, che viaggiano spedititi con attori tutti in parte. Una commedia romantico-sentimentale che si muove agile come uno spettacolo teatrale, un’opera votata all’evasione acuta e leggera, indirizzata a un pubblico adulto capace di ridere e forse ritrovarsi nelle tenerezze e goffaggini dei protagonisti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Cibo, Dialogo, Donna, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Media, Metafore del nostro tempo


Un classico scenario romantico, ma con una svolta unica: attraverso i pensieri dei protagonisti, vediamo come le diverse personalità che abitano la loro mente interagiscono tra di loro. Nel corso del film, ogni aspetto della loro psiche, dalla razionalità alla follia, dall’istinto al romanticismo, prende vita discutendo, litigando, gioendo e commuovendosi nel tentativo di giungere a una decisione finale.
Il risultato è un affascinante gioco psicologico che ci svela i misteriosi meccanismi che ci fanno agire, riflettere e scegliere. Una commedia romantica che non solo esplora il cuore dei protagonisti, ma anche il caos e la bellezza della nostra mente, sempre in bilico tra desideri contrastanti e decisioni cruciali.


Genovese è alla guida di un film dal coefficiente di difficoltà realizzativa altissimo, ma il cui risultato sono un’ora e quaranta minuti di sorrisi e risate e, soprattutto, la capacità di ritrarre il momento caotico che vivono i rapporti uomo-donna, tra ruoli che si confondono, paure, attrazioni, sentimenti ingombranti e spinte alla razionalità.


La vera forza del film sta nel suo ritmo. Rapido ma deciso, il lungometraggio scorre molto bene, intrattiene e tiene alto l’interesse nel voler scoprire dove si andrà a parare. La comicità è sottile e mai gratuita, ben dosata dall’inizio alla fine.

Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,9/5 Comingsoon
4/5 Ciak Magazine

 

LA TEORIA DI EKMAN SULLE EMOZIONI

Paul Ekman

La teoria di Paul Ekman riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni umane, in particolare come queste si manifestano attraverso il volto. Ekman ha identificato sei emozioni di base – gioia, tristezza, paura, sorpresa, disgusto e rabbia – che ha ritenuto essere universali in tutte le culture umane. La sua ricerca ha esplorato come queste emozioni si esprimono attraverso specifiche configurazioni dei muscoli facciali e come le persone possono riconoscere queste emozioni in altri individui.

Ekman ha anche studiato il concetto di “micro-espressioni”, che sono brevi, involontarie espressioni facciali che si manifestano quando una persona cerca di nascondere un’emozione. Queste micro-espressioni possono essere difficili da rilevare ma sono molto rivelatrici delle emozioni interiori di una persona.
La teoria di Ekman ha avuto un impatto significativo in vari campi, tra cui la psicologia, la comunicazione interpersonale e persino in ambiti come la sicurezza nazionale, dove la capacità di leggere le emozioni delle persone può essere cruciale. Tuttavia, la sua teoria è stata anche oggetto di dibattiti e critiche, in particolare riguardo alla questione se le espressioni emotive siano davvero universali o se siano influenzate da fattori culturali e sociali.
Le sei emozioni di base identificate da Paul Ekman nella sua teoria sono:
Gioia: È caratterizzata da un sorriso, angoli della bocca sollevati, e spesso da occhi che si stringono in modo che compaiano le “zampe di gallina”. La gioia è associata a sentimenti di felicità, soddisfazione e trionfo.

 

 

Tristezza: Questa emozione si manifesta con angoli della bocca verso il basso, sopracciglia leggermente corrugate e sollevate, e talvolta con lacrime. La tristezza è collegata a sentimenti di perdita, delusione e disperazione.

 

 

Paura: L’espressione di paura include sopracciglia sollevate e riunite, occhi allargati e spesso labbra leggermente tese o aperte. La paura è legata a sentimenti di ansia, shock e terrore.

 

 

 

Sorpresa: Simile alla paura, ma senza la tensione delle labbra. Le sopracciglia sono sollevate, gli occhi sono molto aperti e la bocca è spesso aperta, ma in modo rilassato. La sorpresa può essere legata a scoperte inaspettate, sia positive che negative.

 

 

 

Disgusto: Questa emozione si manifesta con il naso arricciato, labbra sollevate (come per esprimere disprezzo) e talvolta sopracciglia corrugate. Il disgusto è associato a sentimenti di avversione o repulsione verso qualcosa.

 

 

 

Rabbia: Caratterizzata da sopracciglia abbassate e riunite, occhi fissi e spesso labbra strette o aperte in una sorta di ringhio. La rabbia è legata a sentimenti di irritazione, ostilità e frustrazione.

 

 

Queste emozioni di base sono state studiate in varie culture in tutto il mondo e Ekman ha sostenuto che sono universali e riconoscibili indipendentemente dal contesto culturale.
Gli studi empirici condotti da Paul Ekman hanno giocato un ruolo fondamentale nel campo della psicologia delle emozioni, in particolare per quanto riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni attraverso il volto. Questi studi hanno contribuito in modo significativo alla comprensione scientifica delle emozioni e della comunicazione non verbale.

Fonte: Altervista.org

 

MGF

 

Regia di Pablo Larraín – Germania, USA, Emirati Arabi Uniti, Italia, 2024 – 123′
con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher

 

 

 

 

 

 

MENTRE LA CALLAS STAVA SVANENDO, RESTAVA SOLO “MARIA”

Il regista cileno Pablo Larraín ha presentato all’81ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2024), il suo terzo ritratto femminile dedicato a una donna celebre e iconica del XX secolo, segnata però da una storia tragica, tra solitudine e scontro con il mondo mediatico. Dopo le sofisticate istantanee dedicate a Jackie Kennedy e Diana Spencer – “Jackie” (2016), “Spencer” (2021) -, arriva “Maria” sulla diva della lirica Maria Callas. Non un biopic piano e convenzionale, ma un ritratto della diva sulla soglia della morte, stanca e sola, che riavvolge il nastro dei ricordi e delle emozioni di un’intera vita, compresi i traumi che ne hanno segnato il percorso. Interprete su cui poggia la struttura narrativa è la Premio Oscar Angelina Jolie, che con questo film prova a riprendersi la scena a Hollywood. A completare il cast Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher nei panni dei fidati collaboratori della Callas, Ferruccio e Bruna.
Settembre 1977, Maria Callas si è ritirata dalle scene. Vive nel suo appartamento di Parigi avvolta dalle cure dei suoi collaboratori Ferruccio e Bruna. Sono giorni di tormento, che la diva cerca di attenuare con l’aiuto dei farmaci. I numerosi successi sul palcoscenico la tengono in vita, la spronano a sognare di tornare ancora una volta a cantare in pubblico. Nel mentre, si concede a una lunga intervista in cui lascia affiorare lampi di carriera, parentesi familiari ad Atene e pagine di amore tormentato con l’armatore Aristotele Onassis…
“Maria Callas – ha dichiarato il regista – [è] la più grande cantante lirica di tutti i tempi (…). Questa è la storia dei suoi ultimi giorni, una celebrazione raccontata attraverso i ricordi e gli amici, e soprattutto attraverso il suo canto”. Del film di Larraín colpiscono anzitutto la costruzione narrativa, che poggia sulla valida sceneggiatura di Steven Knight: scandagliando umori, fantasmi e fragilità della Callas nell’ultimo valzer prima della morte, fa riaffiorare dal passato memorie e ricordi come suggestioni oniriche. Memorie spesso giocate in uno splendido bianco e nero. La regia di Larraín gira come sempre solida e avvolgente, forte anche di una chiara esperienza in questa tipologia di racconti biografici segnati da originalità, introspezione e raffinatezza. Angelina Jolie veste gli abiti della Callas con grande attenzione e rispetto, provando a uscire dal perimetro della facile mimesi fisica per spingersi ad abitare stati d’animo lividi e dolenti di una creatura luminosa assediata da troppe ombre e angosce. La Jolie descrive l’affanno interiore della Callas e al contempo lascia librare il suo straordinario talento artistico.
Infine, sotto il profilo stilistico è da lodare la scelta del regista di concedere ampio spazio alla componente musicale, alle varie arie interpretate dalla soprano. E anche se tutto nel film non sempre procede in maniera fluida o convincente, si coglie con chiarezza il desiderio di fondo di rendere omaggio a una grande artista che si è spenta troppo presto, in un bozzolo di solitudine.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Arte, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Malattia,
Metafore del nostro tempo, Morte, Musica, Psicologia, Solidarietà, Storia


Pablo Larraín continua ad arricchire il suo personale Olimpo glamour di figure femminili novecentesche, tutte legate da alcuni tratti comuni: l’instabilità dei rapporti amorosi e una testarda determinazione nel sottolineare la loro centralità dentro le storie, grandi e più piccole che hanno abitato.


“C’è il teatro nella mia testa”, dice sempre Maria, ed è un palcoscenico anche questo film, dalla prima all’ultima scena, dove le quinte si aprono e si chiudono per mostrare, come dice il medico tapino che la Callas mette costantemente alla porta, che è tutta una questione di vita e di morte, ma che a teatro la vita e la morte coesistono sempre, sono finte, sono verissime.


Per portare sullo schermo questo dramma ci voleva una grande attrice. Se, su carta, Angelina Jolie, per la scarsissima somiglianza con la vera cantante, non sembrava la scelta più adatta, su schermo tutto cambia. Erano anni che l’interprete non brillava così al cinema.I movimenti delle mani, i respiri e soprattutto gli occhi della Jolie sono magnetici e strazianti. Nel finale, in un crescendo di dolore, è difficile non commuoversi. Questa potrebbe essere la prova migliore di tutta la sua carriera.


Recensioni
3,4/5 MYmovies
3,2/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum

 

MARIA CALLAS, LA PIÙ GRANDE VOCE LIRICA DELLA STORIA

 

«Esiste il prima Callas e il dopo Callas» disse un giorno il regista Franco Zeffirelli. «Era quasi una persona immortale incarnata nell’arte lirica» aggiunse in seguito il maestro Riccardo Muti.
Maria Callas – al secolo Maria Anna Sofia Cecilia Kalogheropoulos – nasce a New York il 2 dicembre 1923. I suoi genitori, George ed Evangelia, erano immigrati greci che, al momento del battesimo della figlia, accorciarono il loro cognome in Callas. Più forte del destino – aveva 5 anni quando venne investita da un’auto: rimase in coma per circa un mese – a 7 anni la piccola Maria inizia a prendere lezioni di piano classico mostrando di avere un innato lato artistico e musicale. Maria si dimostrò abile nel canto drammatico: grazie a quella voce, sua mamma Evangelia spinge la figlia a intraprendere la carriera vocale.

Nel 1937, in piena adolescenza, Maria raggiunge la Grecia a seguito della separazione dei genitori. Lei segue la madre e la sorella ad Atene, ed è proprio nella capitale greca che la Callas inizia a studiare canto con Elvira de Hidalgo in un famoso conservatorio. Ancora studentessa, Maria esordisce sul palco nel 1939 in una produzione scolastica di Cavalleria Rusticana mandando in visibilio il pubblico. Nel 1941 interpreterà il suo primo ruolo importante in Tosca: fu un successo strepitoso.

 

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Callas fatica a trovare ruoli, anche perché viene accusata di collaborazionismo poiché aveva cantato anche con compagnie dirette da tedeschi e italiani. A metà degli anni Quaranta torna così a New York dove il tenore Giovanni Zenatello nell’agosto del 1947 la scrittura per la Gioconda di Ponchielli all’Arena di Verona. Pur non rivelandosi un grande successo, quel ruolo fu per Maria l’occasione di incontrare l’industriale Giovanni Battista Meneghini che si innamora di lei a prima vista. L’uomo si propone di farle da manager, una scelta vincente: grazie alla loro unione, la Callas diventerà presto l’idolo di tutti i teatri. I due si sposano nel 1950.

 

Sebbene la sua voce affascinasse il pubblico – a tal punto di essere ribattezzata l’Usignolo greco – con l’aumentare della sua fama, la Callas sviluppò la reputazione di diva capricciosa ed esigente e fu soprannominata anche La Tigre.
Tra il 1952 e il 1954 Maria Callas interpreta 7 opere entrando nel mito. A colpire il pubblico – oltre alla sua voce unica (si diceva che fosse dotata di “tre voci”, per descrivere la sua eccezionale estensione vocale) fu anche il suo repentino cambiamento fisico: perse 28 chili. Da grassoccia e sgraziata divenne un simbolo di eleganza.

 

Nel 1954, la Callas fece il suo debutto americano in Norma alla Lyric Opera di Chicago. La parabola artistica e personale della Callas iniziò nel 1957, quando conobbe l’armatore greco Aristotele Onassis.
Tra i due nacque una relazione: la cantante trovò in lui quella leggerezza che mai visse da giovane.
Nel 1958 le vicende personali si intrecciarono ad alcune debacle artistiche dovute a un calo della voce e a diverse interruzioni delle sue esibizioni. Durante gli anni ’60, la voce di Maria Callas, un tempo stellare, iniziò infatti a vacillare sensibilmente. Sebbene si ritirò formalmente dalle scene all’inizio degli anni ’60, la Callas fece un breve ritorno ad esibirsi con la Metropolitan Opera a metà decennio. La sua ultima rappresentazione operistica fu in Tosca al Covent Garden di Londra il 5 luglio 1965, alla presenza della regina madre Elisabetta.

 

Ripetutamente tradita, nel 1968 Maria Callas si separò definitivamente da Aristotele Onassis quando quest’ultimo scelse di sposare l’ex first lady americana Jacqueline Kennedy. Tale epilogo causò un’inguaribile tristezza alla Callas che cominciò ad alternare periodi di depressione a momenti di sublime eccellenza artistica. Nel 1969 la soprano recitò nel film Medea, e si innamorò del regista italiano Pier Paolo Pasolini, che resterà sempre suo grande amico e un amore impossibile.

 

 

 

Il 16 settembre 1977, a soli 53 anni, Maria Callas morì improvvisamente e misteriosamente nella sua casa di Parigi in quello che si credeva fosse stato un attacco di cuore. Il suo arresto cardiaco era legato alla complicazione di alcune malattie che aveva avuto sin da bambina. Da tempo soffriva di insonnia e aveva sviluppato una dipendenza da metaqualone, un sedativo che dà effetti simili a quello dei barbiturici. Il suo cuore era a pezzi.

 

 

 

MGF

 

PRIMO CLASSIFICATO

Giovelli Maria Francesca

MOTIVAZIONE: Poesia dai toni vagamente crepuscolari dove la rappresentazione della realtà diviene mezzo per l’incontro col ricordo in cui sensazioni, sogni e passioni sono sublimate con malinconica nostalgia.
I versi divengono così per l’autore e per noi che li leggiamo mezzo di confessioni e di analisi del proprio mondo interiore.
La rima alternata conferisce al componimento un ritmo ben equilibrato che si coniuga armonicamente alla dimensione quasi onirica del testo.

IL GERANIO ROSSO

Il vento strappava nuvole brevi,
perdeva lacrime sul verde prato
e mentre nella sera tu piangevi
il freddo d’inverno era arrivato.

Gli occhi guardavano la collina
dove avevi vissuto i primi anni
cercavi le tracce di te bambina,
orme perse sotto il filo dei panni.

Ma quel sentiero fino alla scuola
attende da anni i tuoi brevi passi
e quel sogno nel cuore che consola
alza ancora la polvere tra i sassi.

C’è sempre il geranio rosso nel secchio
e il cane nero che piange la sera,
il tino colmo d’acqua si fa specchio
e il tuo viso, riflesso, torna com’era.

 


 

SECONDO CLASSIFICATO

Giorgio Baro

MOTIVAZIONE: Il testo si presenta come una lettera a un bimbo…non ancora nato.
Il futuro nonno vorrebbe accogliere il bimbo in un ambiente migliore, dove i campi siano fecondi, i prati siano ricchi di viole e l’acqua sia pura.
Le belle immagini della natura sono intenzionalmente messe in contrasto con gli aspetti negativi che purtroppo caratterizzano il mondo odierno.
Tutti noi, perciò, che viviamo in questa” terra violentata”, siamo chiamati ad agire in modo responsabile per trasmettere alle future generazioni un mondo migliore.

A TE QUANDO VERRAI

Figlia o figlio di mio figlio,
che ora non sei seme né nome,
quando verrai ti accoglierò
su questa terra violentata,
madre malgrado, madre pietosa.
Per te colorerò cieli di sole
e nubi senza piogge acide,
ti lascerò campi fecondi,
tappeti di viole a primavera,
boschi e polle d’acqua pura.
A te che sarai tutto io devo,
perché con amore e orgoglio
possa tenerti tra le braccia
e cullare i tuoi sogni bambini
sereni all’ombra d’una pergola.


 

TERZO CLASSIFICATO EX-AEQUO

Fabiola Ballini

MOTIVAZIONE: La poesia è una riflessione su ciò che definisce il confine tra la vita quotidiana e il ricordo, ovvero su quella linea sottile costituita dalla percezione dolce-amara del vissuto che incide piccoli segni sul volto, sulle mani, nella mente, nel cuore di ognuno.
Le sensazioni accompagnano, infatti, la vita di tutti e, alla fine, la lirica riporta all’essenza vera di affetti e ricordi che rendono ogni essere umano unico e irripetibile.

CONFINI

Sono così sottili e fragili
le linee tratteggiate sulle mie mani
confini, di un fulcro dolente
anelante dolcezza.

Ho sfiorato il viso emaciato di mia
madre che, abbarbicato al mio cuore,
tracciava un crudele testamento.

Voglio scostarmi dal triste
frustare di fronde contro le pareti
dell’anima e perdermi
nei colori esplosi
lungo gli argini del fiume..

Voglio farmi accarezzare
dal vapore dell’alba
e camminare,
senza chiedere perché…

E’ un groviglio di ricordi
Il sentiero in solitaria,
preludio di una meta, senza confini.

L’essenziale, è già qui.


 

TERZO CLASSIFICATO EX-AEQUO

Maria Francesca Giovelli

MOTIVAZIONE: Quartine ben organizzate, verso sapiente adatto a esprimere il pensiero dolente e mesto di fronte al dolore per l’ennesima vittima della furia dell’uomo: la natura accarezza e avvolge la ragazza (la pioggia…soltanto ti sfiora e si appoggia…), il mondo si copre di un velo, quasi si ferma e il vento dona ali nuove per salire al cielo che si fa azzurro.
L’uomo, invece, nella frenesia del suo vivere quotidiano, non riesce a sentire quel grido, il grido di quella ragazza e di tutte le altre.
Il mondo si ferma, l’umanità no: è sempre solo la natura che trattiene l’eco di quel grido fra le spine del roseto.

ALI NUOVE
(Per Aurora: giovane vittima di femminicidio)

Ottobre piange, grigio di pioggia,
ma l’acqua oggi non lava la pena,
soltanto ti sfiora e si appoggia
e bagna il tuo volto di bianca falena.

Questo tempo non ascolta il tuo grido
che rimbalza tra finestre e balconi
e ti ha lasciato cadere nel vuoto attutito
dalla strada coi suoi mille frastuoni.

Il cuore batte in un ultimo assolo
mentre il mondo si copre di un velo,
poi ali nuove ti rialzano in volo
nello spazio alto e azzurro del cielo.

Anima leggera vibri ora nel vento
su un bianco roseto plani più piano
ma nelle spine rimane un lamento;
è quell’eco del tuo grido lontano.


 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

Bruno Bianco

MOTIVAZIONE: Lessico che attinge da più aree semantiche dando prova di capacità linguistiche e confidenza con il testo poetico grazie anche a pregnanti immagini metaforiche.
La poesia passa in rassegna i tempi che furono e quelli che sono attraverso un metro libero e vario nei versi, mentre la rima sciolta conferisce al testo un tono colloquiale di denuncia
Sulla strada verso la collina tutto inizia e tutto termina, attraverso l’universo femminile che trova spazio nella storia anche a prezzo della vita.
Il monoverso finale, ripetuto altre due volte all’interno di due strofe dove tutto pare confuso o annichilito senza soluzione di continuità, è la chiusa che segue la fioritura del mandorlo e lascia sperare in un riscatto dell’umanità: da una situazione positiva può accadere che si riceva il doppio di quello che si sperasse, tradotto dal quinario del penultimo verso che si proietta nel decasillabo dell’ultimo.

LA FIORITURA DELLE DONNE

Sulla strada vero la collina, iniziarono all’alba
falangi macedoni lanciate come schegge
mentre aerei alleati bombardavano la terra.

Testuggini di legioni romane marciavano sul prato
e brigate partigiane mitra al collo correvano
affrontando veterani della legion straniera.

Caschi blu dell’Onu presidiavano la piana
e la Decima Mas repubblichina rastrellava i braccianti
sotto cariche impietose del settimo cavalleggeri.

Forze di pace della Nato costruivano check point
e vietcong dalla macchia uscivano coperti
davanti a spade dei Crociati brandite sui cavalli.

Sulla strada verso la collina finì tutto nella notte
Le donne guardavano agli amori scomparsi
ai bambini mai nati e alle amiche stuprate

Adesso donne nuove risalgono la strada
tra sforzi di lavoro
e travagli di famiglia

Nel sentiero della piana
tra le meliga dei campi
nonna aveva un mandorlo secco

Ora è fiorito

Sulla strada verso la collina