Regia di Celine Song – USA, 2023 – 106′
con Greta Lee, Teo Yoo, John Magaro

 

 

 

 

 

 

Un piccolo gioiello. È “Past Lives”, film statunitense di produzione indipendente – tra i produttori figura la sempre più nota A24 – passato con successo al Sundance Film Festival nel 2023. In cartellone anche alla 18a Festa del Cinema di Roma, ha ottenuto 5 candidature ai Golden Globe e 2 ai Premi Oscar, tra cui miglior film. “Past Lives” segna il debutto alla regia della sudcoreana Celine Song, anche sceneggiatrice (tra i suoi lavori la serie fantasy “La Ruota del Tempo”, Prime Video). Il film è una storia minuta, poetica, intima: sembra una polaroid di un’amicizia d’infanzia che nel corso del tempo non ha mai trovato la forza per virare in amore. Un legame speciale che si rincorre per decenni, lungo due continenti. La storia. Seul, Nora e Hae Sung sono due preadolescenti compagni di scuola; passano molto tempo insieme e il loro legame cela un sentimento intenso, sfumato tra l’amicizia e qualcosa di più. Nora si trasferisce poi con la sua famiglia in America e il legame tra i due si disperde. Dodici anni dopo i due si cercano online, su Facebook: lei studia scrittura nella Grande mela, lui sta completando i suoi studi universitari. Ritrovarsi a distanza, dopo così tanto tempo, li riconduce esattamente al crocevia emotivo dove si erano lasciati… Con grande controllo e poesia visiva, Celine Song ci regala una storia di esistenze, identità, radici e sentimenti che si snoda in maniera dolce e dolente. Seguiamo le traiettorie di vita di Nora e Hae Sung in tre grandi blocchi temporali, a intervalli di dodici anni. Le loro vite procedono spedite, rincorrendo sogni e ambizioni professionali, ma il loro cuore sembra riportarli sempre allo stesso punto, a quella promessa sussurrata nelle stanze dell’infanzia. Il loro è un amore non espresso, custodito al sicuro nel cassetto della memoria, che non appassisce mai. A Nora e Hae Sung manca però il coraggio del grande salto, di mettere quel loro sentimento prima di tutto. Esitanti, lasciano che la carriera abbia la meglio, e che le tradizioni familiari – soprattutto sudcoreane – scandiscano tempi e dinamiche relazionali. A questo si aggiunge l’amore di Nora per Arthur, uno scrittore conosciuto in un corso professionale. Incapace di attendere Hae Sung, la giovane costruisce il suo domani sentimentale, provando a mettere radici nel Nuovo mondo, perché è lì ora che si sente a casa. Arthur le schiude dunque un amore adulto, stabile e rassicurante; lui la sa amare con attenzione e premura. Arthur le regala un ancoraggio nella terra a “stelle e strisce”, un sogno di felicità nel quotidiano, dove però irrompe a volte il ricordo di Hae Sung. Magnifico è il modo in cui Celine Song scrive e dirige questo film, che trova ulteriore intensità e luminosità grazie ai tre interpreti Greta Lee, Teo Yoo e John Magaro, tutti di grande fascino e abilità nel saper dar voce a sentimenti e tormenti sottopelle. “Past Lives” conquista e convince con raffinatezza.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amicizia, Amore-Sentimenti, Arte, Bambini, Dialogo, Dolore, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Internet, Lavoro, Letteratura, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Rapporto tra culture


Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 5 candidature a Golden Globes, 3 candidature a BAFTA, 1 candidatura a British Independent, Il film è stato premiato a National Board, 3 candidature a Critics Choice Award, 4 candidature a Spirit Awards, 1 candidatura a Directors Guild, Il film è stato premiato a AFI Awards.


Un film sull’ amore come atto di fede, di incontri predestinati e accettazione del cambiamento. Un esordio intimo e intenso per la cineasta di origine coreana.


Elaborando l’artificio narrativo classico della molteplicità dei punti di vista e una scrittura che intreccia i tempi e le prospettive in modo mai meccanico, Song si interroga e ci interroga su come si possa diventare spettatori della propria vita – e delle vite degli altri – quando ci si comincia a fare domande


Recensioni
7/10 IGN Italia
4/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum.it

PAST LIVES, UN’INSOLITA RIFLESSIONE SULL’IDENTITA’

 

 

Al suo esordio cinematografico, la regista Celine Song realizza un film semplice quanto complesso emotivamente. Ogni dettaglio è funzionale a una trama che insegna ad accogliere il vissuto di ciascuno, e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui.
Quanto sono belli i film come Past Lives. Così semplici in superficie, ma così complessi emotivamente.

 

 

La storia è esile: Nora è emigrata in America da piccola, ora è ben integrata a New York. Grazie ai social network entra in contatto con Hae Sung, il suo amore d’infanzia che ha dovuto lasciare in Corea del Sud. L’incontro virtuale le fa provare un’emozione mai incontrata prima: la nostalgia per una vita che non ha mai vissuto. Questa malinconia le genera un interrogativo. Cosa sarebbe diventata, Nora, se quell’amore non fosse mai stato interrotto?

 

 

La regista Celine Song, qui al suo esordio cinematografico dopo un’apprezzata carriera teatrale, confeziona un film di stampo semi autobiografico veramente eccezionale. Uno di quelli in cui ogni inquadratura e movimento di macchina sono funzionali ai sentimenti che raccontano. Past Lives è una profondissima riflessione sull’identità e su come questa sia legata a ciò che amiamo e ciò che ci lasciamo alle spalle. Una storia romantica in cui gli adulti si comportano come persone vere e mature (che rarità!), dove il melodramma patinato non ha spazio, al suo posto si prende ogni secondo la complessità dell’umano.
Ogni persona è un’anima in cammino. Si cambia continuamente. Quando gli innamorati si incontrano per la prima volta si conoscono per ciò che sono nel presente. Il futuro che viene costruito insieme è facile da accettare. Il passato, tutto ciò che di personale è stato lasciato in un altro luogo o in un altro punto del tempo, è più complesso da digerire. Il vero atto d’amore, afferma il film, la grande promessa di chi si ama, sta proprio nell’accogliere il vissuto di ciascuno e ringraziare per tutto ciò che lo ha condotto fino a qui. Non serve la gelosia di ciò che avrebbe potuto essere l’esistenza, ma la gioia di accogliere quel che è ora. Sta qui la forza di un film che, con le sue splendide immagini, fa venire voglia di gustarsi ogni possibilità della vita che ci è data.

Gabriele Lingiardi – Chiesa di Milano

 

MGF

THRILLER
Regia di Michael Keaton – USA, 2023 – 114′
con Michael Keaton, James Marsden, Al Pacino

 

 

 

 

 

Stati Uniti oggi, John Knox è uno spietato killer sessantenne che conduce una vita solitaria. Quando gli viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa particolarmente aggressiva, capisce che ha poche settimane per sistemare gli irrisolti della sua esistenza, a cominciare dal rapporto deragliato con il figlio Miles. Proprio per lui si rivolge all’amico di lunga data Xavier Crane, intenzionato a seminare le incalzanti indagini della detective Emily Ikari…

È stato due volte Batman per Tim Burton (1989, 1992), ma anche l’attore ammaccato di “Birdman” (2014) di Alejandro González Iñárritu e ha vinto un Golden Globe e un Emmy per la serie denuncia “Dopesick. Dichiarazione di dipendenza” (2021, Disney+). Parliamo dell’attore hollywoodiano Michael Keaton, sulle scene dalla fine degli anni ’70. Keaton, dopo una prima regia nel 2008 con “The Merry Gentleman”, è tornato dietro alla macchina da presa per dirigere un crime-thriller esistenziale, intestandosi il ruolo principale e scegliendo come comprimari Al Pacino, Marcia Gay Harden e James Marsden. È “La memoria dell’assassino” (“Knox Goes Away”), presentato al 48° Toronto International Film Festival. La storia. Stati Uniti oggi, John Knox (Keaton) è uno spietato killer sessantenne che conduce una vita solitaria. Quando gli viene diagnosticata una malattia neurodegenerativa particolarmente aggressiva (la Malattia di Creutzfeldt-Jakob), capisce che ha poche settimane per sistemare gli irrisolti della sua esistenza, a cominciare dal rapporto deragliato con il figlio Miles (Marsden). Proprio per lui si rivolge all’amico di lunga data Xavier Crane (Pacino), intenzionato a seminare le incalzanti indagini della detective Emily Ikari (Suzy Nakamura).

La cornice è quella del crime asciutto e algido, dove i corpi delle vittime cadono come birilli sotto raffiche di colpi di pistola. Mettendo però da parte tale sfondo narrativo, che localizza il film nel perimetro del cinema di genere, la linea del racconto schiude un interessante dramma esistenziale che oscilla tra il desiderio di far pace con le proprie angosce, irrisolti di vita, e sanare (e salvare) il rapporto con un figlio mai amato. In più, Keaton tratteggia con convinzione i volteggi finali di un uomo che sa che sta andando incontro all’oblio, alla perdita totale dei ricordi, un percorso che vuole compiere da solo, senza poter contare su tenerezza e calore familiare. Un cammino fosco, tortuoso – John Knox resta sempre un killer, che non rinnega i suoi metodi spietati –, che però trova sfumature umane acute nel desiderio di sacrificio di sé e nel voler dare “senso” agli ultimi gesti, un senso che si lega in parte al desiderio di espiazione delle proprie omissioni.

Film sfidante per temi e linguaggio, ma di certo non banale.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Amicizia, Amore-Sentimenti, Avidità, Carcere, Denaro, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Gangster, Malattia


Cadenzato dalle settimane che scorrono, La memoria dell’assassino riesce a essere più efficace ogni volta che si muove sul filo sottile dell’ambiguità morale e nel modo in cui confonde realtà e delirio visivo nella mente di Knox.


La seconda regia di Keaton è un thriller d’altri tempi con le atmosfere cupe tipiche del noir notturno. Antiquato, semplicista e in parte sconnesso, ma ha grande cuore e un Al Pacino in ottima forma


La storia, per quanto drammatica e coinvolgente, risulta piuttosto semplice per un thriller degno di questo genere, ma Keaton riesce a complicare la vicenda con quella giusta dose di sospensione, giocata anche sulle continue e sempre più assidue perdite di memoria, che trascina il dubbio fino all’estremo e consente allo spettatore di desiderare di continuare a seguire il protagonista nel suo cammino fino all’epilogo finale della storia.

 


Recensioni
3/5 Sentieri Selvaggi
3,5/5 Ciak Magazine
3,6/5 Coming Soon

 

COS’E’ LA MALATTIA DI CREUTZFELDT-JAKOB

La malattia di Creutzfeldt-Jakob è una malattia da prioni (rare patologie degenerative del cervello progressive, letali e attualmente incurabili che derivano dalla trasformazione di una proteina in una forma anomala chiamata prione) caratterizzata dal deterioramento progressivo della funzione mentale, che porta a demenza, contrazione involontaria dei muscoli (mioclono) e barcollamento quando si cammina. Una variante può essere acquisita mangiando manzo contaminato.

La malattia di Creutzfeldt-Jakob si manifesta solitamente spontaneamente, ma può essere causata dal consumo di manzo contaminato o da un gene anomalo ereditario.
Inizialmente, la maggior parte delle persone è confusa e ha problemi di memoria, poi i muscoli iniziano a contrarsi involontariamente e si perde la coordinazione.
La maggior parte delle persone muore nel giro di 4 mesi-2 anni.
La diagnosi di solito può essere fatta con un elettroencefalogramma, un’analisi del liquido cerebrospinale e una risonanza magnetica per immagini.
Non esistono cure, ma i farmaci possono alleviare alcuni dei sintomi.

La malattia di Creutzfeldt-Jakob (CJD) si sviluppa quando una proteina normale, chiamata proteina prionica (PrPC), cambia forma (ripiegamento errato), trasformandosi nel prione che causa la malattia. I prioni si accumulano lentamente nel cervello provocando solitamente la formazione di piccole bolle nelle cellule cerebrali, che muoiono gradatamente. Quando muore o non funziona correttamente un numero sufficiente di cellule cerebrali, si sviluppano i sintomi, seguiti alla fine dal decesso.

 

 

La CJD può:
– Insorgere spontaneamente (il cosiddetto CJD sporadico)
– Essere ereditaria (il cosiddetto CJD familiare)
– Essere acquisita
Considerando che per anni nel Regno Unito è stato mangiato manzo contaminato senza saperlo, il numero di casi di CJD è sorprendentemente basso. La diffusione di questa malattia è stata controllata con il macello massiccio dei bovini e con modifiche nella modalità con cui il manzo veniva lavorato nel Regno Unito. La sorveglianza diffusa di questa malattia nei bovini ha portato a una diminuzione progressiva del numero di nuovi casi di CJD nel Regno Unito, con due soli casi dopo il 2011. Quattro casi di CJD sono stati diagnosticati negli Stati Uniti e due in Canada, ma nessuno ha avuto origine in Nord America.

 

Si stima che 1 persona su 2.000 nel Regno Unito possiede la proteina prionica anomala osservata nella CJD, ma non ha sintomi. Si teme che se queste persone donano il sangue o sono sottoposte a un intervento chirurgico, potrebbero infettare altre persone. Tuttavia, i criteri per lo screening dei donatori di sangue, specificamente correlati alla CJD, potrebbero ridurre ulteriormente il rischio di trasmissione della CJD da parte dei soggetti infetti. Questo rischio è già molto basso al di fuori della Francia e del Regno Unito.
La malattia della mucca pazza è stata riportata anche in bovini nordamericani (6 negli Stati Uniti e 20 in Canada).

 

Fonte: https://www.msd-italia.it

 

MGF

 

Regia di Ilker Çatak – Germania, 2023 – 98′
con Leonie Benesch, Leonard Stettnisch, Michael Klammer

 

 

 

 

 

Dopo “Perfect Days”, “Il ragazzo e l’airone” e “Past Lives”, la Lucky Red porta al cinema nei primi mesi del 2024 un altro titolo di grande forza espressiva: “La Sala Professori” (“Das Lehrerzimmer”) di Ilker Çatak, film tedesco passato con successo alla Berlinale73 e in corsa agli Oscar nella categoria miglior film internazionale (la stessa di “Io Capitano”). Uno sguardo in chiaroscuro sul mondo scolastico, tra corpo docente, alunni e genitori. Un affresco sociale che esplora pregiudizi, fragilità, omissioni e colpe, evidenziando alla fine un’amara sconfitta educativa. Ottima la prova della protagonista Leonie Benesch (“Il nastro bianco”, “Lezioni di persiano”). La storia: Germania, oggi. La giovane Carla Nowak è un’insegnante di scuola al primo incarico. Crede nel dialogo, nella fiducia verso i suoi piccoli allievi e nei nobili compiti dell’istituzione. Quando in classe si verificano dei furti di denaro e tra i sospettati finisce un suo allievo, Carla decide di indagare. I suoi buoni propositi però attivano una serie di conseguenze inaspettate, per lo più sconfortanti… “Volevamo analizzare un sistema, riflettere sulla nostra società. La scuola è un buon punto di partenza, è come un laboratorio”. Così il regista tedesco Ilker Çatak, tracciando il perimetro del suo film. Scritto insieme a Johannes Duncker, “La Sala Professori” sorprende per lo sguardo sociale e al contempo introspettivo, che ricorda tanto la forza espressiva dei primi (magnifici!) film di Susanne Bier tra cui “In un mondo migliore” (2010). L’opera di Çatak mostra come un’efficace istantanea il nostro presente, quello della Germania e dell’Europa tutta, dove sembrano saltati il dialogo e la cooperazione tra docenti e genitori, lasciando i più piccoli a farne le spese. Non è però un racconto che si muove sulla polarizzazione bianco-nero, bene-male. In campo ci sono attanti solitari, che si sentono detentori di certezze, costantemente sotto attacco, e che agiscono non pensando alle conseguenze delle proprie azioni. Seppure animata da valide e nobili intenzioni, la prof.ssa Nowak attiva un’escalation di tensioni e conseguenze che si abbattono sull’alunno più brillante della classe, Oskar (Leo Stettnisch), figlio di immigrati che sconta già un prezzo alto in termini di integrazione. A complicare la situazione è la reazione della madre di Oskar (Eva Löbau), che sentendosi infangata si avvia allo scontro con la Nowak, non pensando alla serenità del figlio. Così, sul volto del piccolo Oskar si leggono alla fine del film tutte le amarezze di un mondo adulto che antepone le regole alle persone, l’Io al Noi, la cultura del sospetto al dialogo. Un bambino che finisce con il perdere l’innocenza per sperimentare prematuramente lampi di livore ed esclusione. A conquistare del film “La Sala Professori” è di certo la regia di Ilker Çatak, così attenta e misurata, capace di esplorare le pieghe del reale con la tensione di un thriller psicologico, dove la ricerca della verità si fa sfaccettata e sfocata. Lo stile narrativo di Çatak sembra muoversi nel solco del “pedinamento del reale”, richiamando Zavattini e la lezione neorealista, come pure la scuola del cinema sociale europeo odierno dove figurano i fratelli Dardenne. “La Sala Professori” è un film intenso, da vedere, girato e interpretato magnificamente.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Bambini, Dialogo, Donna, Educazione, Emarginazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Giustizia, Media, Metafore del nostro tempo, Politica-Società, Razzismo, Scuola


Ci sono momenti nella storia della cultura in cui la scuola ben si presta a essere specchio della società


La sala professori fotografa con la giusta drammaticità lo stato di un’istituzione in grossa crisi, esogena e endogena, in cui il rispetto che un tempo era precetto è stato sostituito dal sentimento umorale, per cui all’insegnante si dà retta finché è simpatico, sa intrattenere, non si fa scudo con il suo ruolo, perché allora quello scudo, sebbene di latta, diventa subito il bersaglio del tiro incrociato di alunni e genitori.


La distanza si misura in una stanza. La sala professori, nello specifico, evocata fin dal titolo (anche in versione originale) di un’opera che scandaglia la società scegliendo la missione didattica come metro di giudizio.


Recensioni
3,6/5 MYmovies
4/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cinematografo.it

 

CONSIGLI DI LETTURA SU SCUOLA ED EDUCAZIONE

 

 

IL DANNO SCOLASTICO, Paola Mastrocola, Luca Ricolfi

Paola Mastrocola e Luca Ricolfi per la prima volta insieme in un libro per denunciare a due voci il paradossale e tragico abbaglio della scuola democratica, che, nata per salvare i più deboli, oggi di fatto ne annega le speranze. Sì, è così: una scuola facile e di bassa qualità allarga il solco fra ceti alti e ceti bassi. Un disastro, di cui rendere conto e chiedere scusa, ai ragazzi e alle loro famiglie.

 

 

 

 

 

LA SCUOLA CI SALVERÀ, Dacia Maraini

Cosa è successo alla scuola? Come possiamo risollevare le sorti dell’istituzione più importante per il futuro del Paese dopo una fase difficile come quella che sta affrontando? Dovremmo partire dagli insegnanti motivati e capaci che la sorreggono nonostante i molti ostacoli e dal serbatoio di vitalità degli studenti. E poi naturalmente occorre ridare all’istruzione le risorse e la centralità che merita. La scuola può fare la differenza, soprattutto in momenti di crisi.

 

 

 

 

 

PAROLE DI SCUOLA, Mariapia Veladiano

Mariapia Veladiano, dopo più di vent’anni nella scuola, prima come insegnante e poi come preside, la conosce bene, la scuola. Conosce i ragazzi, l’energia che corre tra i banchi, le adolescenze fatte di paura e desiderio, il futuro che promette, e insieme minaccia. Conosce le parole della scuola – paura, entusiasmo, vergogna, condivisione, integrazione, esclusione, empatia, identità, equità – e il suono che fanno tra i banchi.

 

 

 

 

 

 

PERCHE’ DEVO DARE RAGIONE AGLI INSEGNANTI DI MIO FIGLIO, Maria Teresa Serafini

Negli ultimi anni si percepisce un disagio, una tensione nei rapporti tra la scuola e la famiglia. In passato i genitori affidavano i figli ai loro insegnanti con fiducia, perché “l’insegnante ha sempre ragione”: non c’era discussione, in caso di divergenze non c’erano dubbi su chi dovesse guidare le scelte e i comportamenti dei ragazzi. Ora sembra essere girato il vento: l’insegnante ha perso molte certezze, la sua carriera è spesso una corsa a ostacoli e, in mancanza di stima per il ruolo, cala la fiducia e si misurano e valutano tutti i suoi comportamenti.

 

 

 

MGF

 

Docufilm

diretto da David Bickerstaff

 

 

 

 

 

Viaggio alla scoperta di uno degli artisti più rivoluzionari e dirompenti dell’epoca moderna


Un artista colto, astuto, socialmente consapevole e anarchico. Era anche un grande scrittore di lettere, il che è un dono per un documentarista, in quanto questi scritti forniscono una visione intima sui suoi pensieri, sul mondo in cui viveva, sulle influenze che gli altri avevano su di lui e sul suo approccio infallibile al fare arte.”
David Bickerstaff


 

CAMILLE PISSARRO: LA DEIFICAZIONE DELLA QUOTIDIANITA’

Camille Pissarro nasce nel 1830 a St. Thomas, nelle Isole Vergini, allora territorio danese. Studia arte, e da sempre ne è stato attratto: è un instancabile riempitore di taccuini per gli schizzi.

 

Camille Pissarro, Paysage tropical avec masureset palmiers (1856)

La prima corrente alla quale si approccia è un naturalismo dai tratti romantici: nei primissimi anni di carriera, prima di approdare in Francia, si cimenta con la riproduzione di paesaggi bucolici e persone, soprattutto in Venezuela, dove vive per un periodo. Presto, emerge in lui l’amore non già per i grandi soggetti epici, ma per le piccole cose, per i panorami di tutti i giorni, per le persone comuni. La svolta, penso, della sua arte furono i ritratti di persone di colore: a pochissimi anni dalle leggi che rendevano illegale la schiavitù, Pissarro ha saputo guardare persone che per secoli erano state considerate meno che umane e ha deciso che erano un perfetto soggetto per dei dipinti.

 

 

 

 

1852-54 Market Scene on the Plaza Mayor-Caracas

 

Ora, oggi può non sembrarci chissà che cosa: modelli e attori di colore si trovano facilmente, e ci siamo finalmente liberati da assurde concezioni su fantomatiche considerazioni di razza basate sul nulla. Ma provate a pensare cosa poteva significare per l’epoca: persone che portavano ancora sulla propria pelle le frustate inflitte loro dai negrieri erano ora soggetti di quadri, opere d’arte da esporre in un museo! Questa deificazione di ciò che normalmente era considerato misero, povero, quasi volgare, sarà la particolarità che caratterizza l’intero percorso artistico di Pissarro.
Dopo il Venezuela e St. Thomas, Pissarro approda in Francia, dove tenta di far esporre le proprie opere al Paris Salon: il sommo riconoscimento artistico.

 

 

 

Salon des Refusés

Ci riesce, in un primo momento, ma poi qualcosa dentro di lui sembra suggerirgli che forse non è quella la sua strada: il suo amore per il povero, per il quotidiano, lo spinge presto a legarsi ad una ristretta cerchia di artisti, tra cui Cézanne, Courbet, Corot e Millet, tutti artisti che avevano finito per essere esposti nel Salon des Refusés, inaugurato da Napoleone III allo scopo di ospitare tutte le opere che non avevano trovato posto al Salon: è ironico che un imperatore abbia scelto di dare tanto respiro a dei reietti, ma questa piccola decisione, forse conclusa con un gesto noncurante della mano, cambierà per sempre il mondo dell’arte.

 

 

Con gli altri rifiutati, Pissarro fonderà, nel 1874, la Societé Anonyme des Artistes, Peintres, Sculpteurs et Graveurs: la loro prima mostra provocherà il disdegno e lo shock dei critici d’arte. Fieri della loro diversità rispetto a quanto era comunemente inteso come arte, felici di aver “fatto impressione” alla critica, fondarono il movimento artistico noto come Impressionismo.

 

 

 

Camille Pissarro (1830 – 1903) – Paysage à Chaponval

Da Corot, Pissarro impara la tecnica dell’en plein air: il disegno in presa diretta della natura. Ma se Corot si limitava ad abbozzare le opere in situ per poi terminarle in studio, Pissarro resta di fronte al soggetto fino all’ultima pennellata, resta in contatto con la natura fino all’ultimo istante; resta immerso in quella quotidianità che noi spesso non siamo in grado di vedere, si immerge in essa, ed è da questa confortante normalità che sono permeate le sue opere. L’effetto su tela del suo metodo risulta più realistico e rudimentale rispetto all’opera di altri impressionisti; fiero di questo suo amore per le cose semplici, non bada alle critiche che lo bollavano come “volgare”. E, mi sia concesso, se la mondanità dei suoi soggetti è spazzatura, allora noi tutti non saremmo degni di essere noi stessi. Pissarro è il primo a mostrarci quanto sia bella la vita di ogni giorno, con i suoi panorami forse non epici e maestosi, ma non per questo di minor valore.

 

 

Il raccolto (1830-1903)

Il valore di un campo di grano, il valore di uno schiavo liberato che si occupa del proprio piccolo raccolto; il valore della vita meno importante nel nostro mondo è il nostro stesso valore, la maniera in cui valutiamo il più piccolo dei nostri fratelli dice molto di quanto noi stessi valiamo: e guardando le opere di Pissarro, forse possiamo renderci conto che non esiste una gerarchia, nessuno è meno meritevole di altri, tutti siamo sullo stesso piano e siamo tutti importanti in quanto singoli elementi di un paesaggio che, senza anche solo uno dei propri elementi, sarebbe scarno e vuoto.

 

Donna in un prato a Eragny o Sole di primavera nel prato di Eragny (1887)

 

Pissarro sperimenta anche il puntinismo, insieme a Seurat e Signac, e incoraggerà Van Gogh: un’ulteriore dimostrazione del fatto che restare di mente aperta, non combattere a priori ciò che è nuovo e difficile da capire, spesso porta ad aprire nuovi orizzonti.

 

 

 

 

Siamo noi, la gente comune, i protagonisti delle opere di Pissarro. Siamo noi, la gente comune, in fin dei conti i protagonisti del mondo.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

 

 

 

Regia di Tran Anh Hung – Francia, 2023 – 145′
con Juliette Binoche, Benoît Magimel, Emmanuel Salinger

 

 

 

 

 

“Il gusto delle cose” (“La Passion de Dodin Bouffant”) scritto e diretto da Tran Anh Hùng – classe 1962, vietnamita naturalizzato francese, Leone d’oro al Festival di Venezia nel 1995 con “Cyclo” – è stato premiato al Festival di Cannes nel 2023 per la miglior regia. Ispirato al romanzo “La vie et la passion de Dodin Bouffant, Gourmet” di Marcel Rouff del 1924 e alla pubblicazione “La fisiologia del gusto” che Jean Anthelme Brillat-Savarin del 1825, vede protagonisti Eugénie (la premio Oscar Juliette Binoche, sempre eccellente, una garanzia), cuoca da oltre vent’anni del famoso gastronomo Dodin (Benoît Magimel, bravissimo): insieme creano piatti raffinati, deliziosi, che sorprendono i più famosi chef del mondo. Con gli anni l’ammirazione reciproca è cresciuta e si è trasformata in relazione sentimentale. Dodin vorrebbe sposarla, ma Eugénie, temendo che il loro rapporto possa cambiare, rifiuta. L’uomo decide allora di fare qualcosa di assolutamente inaspettato: cucinare per lei.
Tran Anh Hùng prepara e “serve” agli spettatori un’opera raffinata, elegante, curata nei minimi particolari (in questo sicuramente debitrice dell’universo visivo di Luchino Visconti). Una “pietanza” (tanto per restare in tema) il cui sapore è dato dalla perfetta armonia tra gli ingredienti, un piatto che non cancella i singoli sapori, ma li esalta creando qualcosa di originale, unico: scenografie, costumi, una fotografia magnifica e attori al top sono questi ingredienti.
E al centro la coppia Eugénie-Dodin, il loro rapporto fatto di complicità professionale e cura reciproca. Si amano, certamente, ma molto di più condividono una grande passione per quello che fanno e si stimano professionalmente, riconoscendo l’uno il talento dell’altro. E forse è proprio questo che spinge la donna a non accettare il matrimonio e a dichiarare, con orgoglio, che vuole essere la cuoca e non la moglie.
In un turbinio di pentole, tegami, e gesti che sembrano seguire una precisa ritualità: pulire, tagliare, farcire, insaporire, cuocere, impiattare e servire. Una vera e propria coreografia. Pietanze elaborate, create per stupire e soddisfare i palati più esigenti. Il cibo, dunque, come metafora dell’accudimento, dell’attenzione per l’altro. Perché una tavola imbandita è condivisione, gioia, opportunità conversazione (in questo si rintracciano legami con il poetico “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel del 1987). “Il gusto delle cose” è passato alla 18a Festa del Cinema di Roma (2023) e ha rappresentato la Francia nella corsa agli Oscar 2024.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche
Amore-Sentimenti, Cibo, Donna, Malattia, Matrimonio – coppia


Il film diTrần Anh Hùng con i bravissimi Juliette Binoche e Benoît Magimel è “cinema gourmet” in purezza, ma anche una storia sensoriale e sensuale che insegna a gustare la vita


A prima vista, sembra uno sfoggio di un’eleganza un po’ esornativa. Ma il cineasta vietnamita riesce a raccontare la passione e la cura, ad accarezzare i personaggi e a trovare un’armonia profonda.


Il gusto delle cose si srotola come un menu, alterna i momenti di cucina a quelli di degustazione, assiste alle sentenze del cuoco geniale e le contrappone al piacere dei commensali.


Recensioni
4/5 Cineforum.it
3,4/5 MYmovies
3,6/5 Sentieri selvaggi

 

I 10 PIATTI PIÙ FAMOSI DELLA STORIA DEL CINEMA

 

1) Il cocktail di gamberi di “The Blues brothers”
Nel celebre film che ha come protagonisti due fratelli appena usciti di prigione, Dan Aykroyd e John Belushi (Jack e Elwood) si recano nel ristorante gestito da un amico per convincerlo a ricostituire la band nella quale suonavano in gioventù. Ordinano 5 costosi cocktail di gamberi e 12 bottiglie di champagne.

 

 

 

2) La ratatouille di “Ratatouille”
La ricetta a base di verdure che dà il nome al film è protagonista nella scena più emblematica del film di animazione Pixar: il temuto critico gastronomico Anton Ego assaggia il piatto cucinato dallo chef-topo Remy e ne rimane talmente colpito da immergersi in un flashback che lo riporta alle emozioni e ai sapori della sua infanzia.

 

 

 

3) I pomodori verdi fritti di “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”
“Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” racconta la storia di due giovani donne che negli anni ’30 lottavano contro razzismo e maschilismo. Le due donne gestiscono il Whistle Stop Cafe e preparano i migliori pomodori verdi fritti degli Stati Uniti del Sud, piatto ricorrente nello svolgimento del film.

 

 

 

4) Il sugo de “Il padrino”
In una scena del primo episodio della trilogia di Francis Ford Coppola, a casa Corleone il “picciotto” Clemenza sta cucinando un sugo e invita Michal Corleone (Al Pacino) a imparare la ricetta: “Vieni qua guagliò, può succedere che devi cucinare per una ventina di figli! Vedi, si comincia con un poco d’olio, ci friggi uno spicchio d’aglio poi ci aggiungi tomato e anche un poco di conserva. Friggi e attento che non si attacca; quando tutto bolle ci cali dentro salsicce e pulpetta, poi ci metti uno schizzo di vino e nù pucurille ‘e zucchero”.

 

 

5) I maccheroni in “Un americano a Roma”
Tra le ricette più famose della storia del cinema, questa non poteva proprio mancare: la scena di “Un americano a Roma” nella quale Alberto Sordi viene provocato dal piatto di maccheroni e li distrugge è una delle immagini più note del cinema italiano.

 

 

 

6) La pasta alla norma avvelenata di “Brutti, sporchi e cattivi”
Nel film di Ettore Scola dedicato alla quotidianità di una numerosa famiglia della periferia romana, in una scena memorabile il capofamiglia Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi) viene avvelenato con un abbondante piatto di pasta alla norma: fiutato l’inganno, riesce però ad alzarsi da tavola e a salvarsi.

 

 

 

7) Il cioccolato di “Chocolat”
Il cioccolato è il filo conduttore del film di Lasse Hallström, simbolo di seduzione, tentazione e passione. Ne approfitta un goloso Johnny Depp, conquistato dalla mousse di cioccolato e peperoncino preparata da Juliette Binoche.

 

 

8) I courtesan al cioccolato di “Grand Budapest Hotel”
Il film di Wes Andreson vincitore di 4 premi Oscar nel 2015 è ambientato nel lussuoso Grand Budapest Hotel e ruota attorno al furto e al recupero di un dipinto rinascimentale dal valore inestimabile. Tra i personaggi del film c’è la bionda Agatha (Saoirse Ronan), che lavora nella pasticceria Mendl’s ed è solita preparare dei bigné ripieni di cioccolato che racchiude in eleganti scatole rosa: i courtesan al cioccolato.

 

 

 

9) Lo strudel con la panna di “Bastardi senza gloria”
In una delle scene centrali del film di Quentin Tarantino, il generale delle SS Hans Landa (Christoph Waltz) è seduto al tavolo con Shoshanna Dreyfus (Melanie Laurent), alla quale ha in passato sterminato la famiglia. Il generale ordina per entrambi uno strudel di mele con la panna: lui lo divora con modi poco eleganti e una foga stupefacente, metafora della sua spietatezza, prima di spegnervi sopra una sigaretta, mentra la ragazza lo assaggia controvoglia e con lo stomaco chiuso dalla rabbia e dal dolore.

 

 

 

10) Il milkshake di “Pulp fiction”
Il cibo (anche se “da bere”) è protagonista in un altro film cult di Tarantino: in una delle scene più celebri di “Pulp fiction”, Mia Wallace (Uma Thurman) sorseggia un bianchissimo milkshake sormontato da una ciliegina in compagnia di Vincent Vega (John Travolta) e pronuncia la frase: “Accidenti, è davvero buono questo frullato, non so se vale 5 dollari, ma c—o è veramente buono!”.

 

 

MGF