L’ALBA DELL’IMPRESSIONISMO. PARIGI 1874

Docufilm
diretto da Ali Ray

 

 

 

 

 

L’Alba dell’Impressionismo. Parigi 1874 ci guida tra le sale della mostra omonima che il Musée d’Orsay ha dedicato ai 150 anni del movimento. Gli impressionisti sono uno dei gruppi più amati, popolari e imitati della storia dell’arte: milioni di persone accorrono ogni anno per ammirare i loro capolavori. Ma all’inizio questi pittori erano degli outsider disprezzati e squattrinati. Il 1874 fu l’anno che cambiò tutto: i primi impressionisti, “affamati di indipendenza”, ruppero gli schemi organizzando una mostra al di fuori dei canali ufficiali. Il 15 aprile di quell’anno, l’esposizione della «Società anonima» aprì i battenti con circa 200 opere appese su pareti rivestite di lana bruno-rossastra nello studio del fotografo Nadar. Quel giorno il mondo dell’arte si apprestava a cambiare per sempre.

La storia questa volta non è raccontata da storici e curatori, ma dalle parole di coloro che furono testimoni dell’alba dell’impressionismo: gli artisti, la stampa e i cittadini di Parigi.


 

IMPRESSIONISMO: LA SERENDIPITY DELLA STORIA DELL’ARTE

 

 

Serendipity, o serendipità, è un termine che indica “l’occasione di fare scoperte per puro caso o di trovare qualcosa mentre si sta cercando tutt’altro”.

 

 

 

Graffiti di Altamira

L’arte nasce come una rappresentazione della realtà, sin dai primissimi esempi di graffiti nelle caverne, e il progredire della tecnica non ha fatto altro che muovere nella stessa direzione.

 

 

Compianto e sepoltura di Cristo (sn), Rogier van der Weyden; Pietà (ds), Beato Angelico

Le spinte più poderose, almeno per quanto riguarda l’arte occidentale, arrivano con l’introduzione della prospettiva e, quasi di pari passo, con l’utilizzo accuratissimo della pittura a olio da parte dei fiamminghi; se procediamo lungo il Rinascimento e poi verso il Barocco e il Neoclassico, i miglioramenti nella tecnica, l’inserimento graduale di elementi architettonici come parte dell’opera (si pensi ad esempio ai trompe-l’oeil) sono una chiara manifestazione di quanto gli artisti si siano impegnati sempre più per ricercare la possibilità di creare opere quanto più possibili fedeli alla realtà, come se l’arte ambisse a diventarne una parte integrante.

 

Noi oggi diamo per scontata la possibilità di portarci a casa un’immagine a ricordo di un evento, ma prima dell’avvento della fotografia il procedimento per riprodurre un bel fiore visto al bordo di una strada era immensamente più difficile: non era certo una questione rapida e alla portata di tutti come estrarsi lo smartphone dalla tasca e immortalare un bel ciuffo di iris, per poi riprendere il cammino senza aver per questo speso chissà quanto tempo.
La nascita della fotografia ha permesso alla realtà di essere immortalata senza necessariamente avere particolari doti artistiche; per avere un ritratto della fidanzata da portarsi al fronte era diventato sufficiente andare da un fotografo, e sebbene nei primi tempi ci volessero svariati minuti a scattare una foto, non era neanche lontanamente paragonabile al tedio (e alla spesa!) di chiamare un ritrattista e posare per ore.
Dunque, ora che il problema della riproduzione della realtà era risolto, cosa restava agli artisti?
Mentre ricercavano metodi di imitazione della realtà sempre più fedeli, un piccolo gruppo di persone si era reso conto di una cosa molto importante: la luce.

 

Caravaggio – Vocazione di Matteo (1599-1600)

 

Da sempre determinante per ogni tipo di arte, basti pensare a quanto sapientemente la sapeva dosare Caravaggio, la luce ha un’influenza sulla percezione della realtà molto più alta di quanto si possa pensare ad un’analisi superficiale.

 

 

 

 

Per esempio, a chi non è mai capitato di comprare dei pantaloni per poi scoprire, a casa, che erano di un colore diverso da come sembravano in camerino? O di disporre gli abiti per il giorno dopo e scambiarli, nella notte, per un intruso?
Gli Impressionisti, con i loro studi sulla luce e sulla sua influenza sulla realtà, speravano di trovare una rappresentazione più fedele. Privati dalla necessità di farlo, si sono dati allo studio della luce stessa. Non importava più che un dipinto fosse fedele: per ricordare uno scorcio di campagna bastava uno scatto. Quello che importava ora era capire: capire come la luce potesse mutare le forme e i colori, come un panorama potesse diventare cupo solo perché il sole era stato coperto dalle nubi nere di un temporale in arrivo.

 

Monet – Scogliere dell’ Etretat (1883-1886)

 

Nelle opere impressioniste, spesso si ritrovano numerose copie dello stesso soggetto, dipinte in diversi orari della giornata, diverse stagioni, diverse condizioni atmosferiche.
Noioso? No, non con gli Impressionisti.
Con le loro opere, gli Impressionisti ci mostrano quanto peso abbia la luce sul quotidiano, quanto anche una minima variazione possa riplasmare le forme e trasformarle in cose nuove; la luce, attentamente studiata, dà nuove vite a oggetti di tutti i giorni. E, a mio parere, lo possiamo vedere proprio perché i soggetti sono semplici, quasi banali: un covone, la facciata di una chiesa, delle ninfee su uno stagno… sono cose che prima o poi abbiamo visto tutti, magari ci siamo passati davanti senza nemmeno prenderne nota.

 

 

 

Il lavoro degli Impressionisti ci mostra, con paziente zelo e calma ripetitività, che il bello si può trovare anche nella più banale e noiosa giornata, ci mostra che il mondo è un continuo cambiamento e che a noi è stato dato il dono di potervi assistere giorno per giorno, ora per ora.
E ci regala anche un piccolo insegnamento: l’importante non è la destinazione, ma il viaggio. E, se la destinazione viene cancellata, dover ripiegare su altro potrebbe portare risultati inaspettati… e meravigliosi.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali

 

MGF

 

Ecco alcune foto e una rassegna stampa sull’evento BAFF tenuto ieri sera 30 marzo 2025 al Fratello Sole

        

L’articolo della Prealpina:

https://www.prealpina.it/pages/nanni-moretti-al-baff-andavo-in-giro-con-i-miei-super-8-373597.html

 

Varese noi:

https://www.varesenoi.it/2025/03/30/leggi-notizia/argomenti/busto/articolo/nanni-moretti-al-baff-chi-non-va-mai-al-cinema-non-sa-cosa-si-perde-1.html

 

 

Nanni Moretti superospite a Busto: BAFF di grandi nomi, «ma non solo»

 

Nanni Moretti protagonista al Baff: «”No, il dibattito no”? Dal trauma del silenzio in sala»

 

Regia di James Mangold – USA, 2024 – 141′
con Timothée Chalamet, Edward Norton, Elle Fanning

 

 

 

 

 

 

NON (SOLO) UN BIOPIC SU BOB DYLAN MA UN VIAGGIO NELL’AMERICA D’INIZIO ANNI ’60

James Mangold, newyorkese classe 1963, è un regista-sceneggiatore di mestiere, che ha all’attivo una serie di film riusciti per stile e solidità di racconto: “Ragazze interrotte” (1999), “Quando l’amore brucia l’anima. Walk the Line” (2005), “Le Mans ’66” (2019) e “Indiana Jones e il quadrante del destino” (2023). Dopo il biopic su Johnny Cash e June Carter, Mangold torna a confrontarsi con un’altra figura chiave della scena musicale e culturale “a stelle e strisce”: il cantautore Bob Dylan, Nobel per la Letteratura nel 2016. Il biopic “A Complete Unknown” non ha però la pretesa del ritratto definitivo, bensì si concentra unicamente sul momento degli esordi, tra passioni folk e insofferenze agli steccati musicali. Protagonisti Timothée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro ed Elle Fanning.
La storia: New York, 1961. Un giovane diciannovenne originario del Minnesota, all’anagrafe Robert Zimmerman, ma ben presto Bob Dylan, si reca in ospedale per conoscere il cantante folk Woody Guthrie. Lì stringe amicizia anche con il cantautore Pete Seeger, che gli offre ospitalità in casa e lo introduce nell’ambiente musicale del Greenwich Village. Nel corso delle prime esibizioni conoscerà anche la cantante Joan Baez…
“Il mio compito – ha dichiarato il regista – è sempre stato quello di mettere in dubbio osservazioni ovvie. Non esiste una verità assoluta su Dylan. Abbiamo letto qualsiasi documento su di lui e molti autori si contraddicono. Invece di concentrarci sulla verità fattuale, abbiamo preferito soffermarci sui passaggi chiave, sulla realizzazione dei dischi, cercando di trovare il filo e il tono della verità”.
Mangold e il cosceneggiatore Jay Cocks hanno scritto un copione efficace, che approfondisce il momento dell’avvio della carriera di Bob Dylan, con il suo arrivo a New York e nella scena della musical folk, intercettando anche la critica sociale giovanile e l’attivismo politico, per poi spiazzare tutti e cambiare passo dalla metà degli anni ’60. Mangold tratteggia Dylan come un talento creativo, animato da irrequietezza e curiosità, insofferente alle regole. Al centro del suo mondo c’è la musica, la sperimentazione, il desiderio di mordere la vita con intensità senza troppi ancoraggi (neanche a livello sentimentale): si lega all’attivista Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo), ma contestualmente frequenta la collega Joan Baez. Dylan è uno spirito libero, interessato alla sua idea di musica e refrattario agli incasellamenti, alle categorie musicali.
Mangold, forte delle interpretazioni generose di Chalamet, Norton e Barbaro, costruisce un racconto avvolgente, sospinto anche da brani iconici come “Mr. Tambourine Man”, “Blowin’ in the Wind” e “Like a Rolling Stone”. Nell’insieme, uno sguardo-suggestione sul mondo artistico di Dylan con richiami allo scenario politico, sociale e culturale del tempo; un modo per (ri)scoprire le origini del genio, senza tralasciarne fragilità e chiaroscuri. Mangold ha svolto un buon compito, valido e accurato, senza eccessi ma neppure guadagni memorabili. Un’opera che intercetta il favore del pubblico di ieri, che torna a canticchiare i brani di Dylan, e accende la curiosità in quello di oggi, pronto a scoprirne il vasto repertorio.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Alcolismo, Arte, Donna, Giovani, Libertà, Mass-media, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Psicologia


“Chi vorrei essere? Tutto ciò che non vogliono che io sia”. Attorno a questa frase già di culto ruota tutta l’operazione di A Complete Unknown, basato sul libro di Elijah Wald “Dylan Goes Electric!” e approvato in fase di sceneggiatura da Dylan stesso.


Uno dei meriti di A Complete Unknown è quello di trattare Dylan con rispetto pur evitando l’agiografia, anzi, stigmatizzandone tra le righe, sempre attraverso il giudizio che passa negli occhi degli altri, qualche comportamento dettato dall’accrescimento dell’ego.


Chalamet ha capito “cosa” recitare, prima ancora di capire come farlo. Recita quella stranissima coolness di Dylan, che deriva dall’essere contro ogni cosa, dal non amare la sua stessa coolness, dal non voler essere così.


Recensioni
3,7/5 MYmovies
5/5 Sentieri selvaggi
4/5 Cineforum

 

BOB DYLAN PREMIO NOBEL 2016 DELLA LETTERATURA:
Per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana

 

Bob Dylan, il cui vero nome è Robert Allen Zimmerman, è nato a Duluth il 24 maggio 1941.
Nel corso della sua lunga carriera il suo stile musicale ha spaziato dal country al blues, dal gospel al rock and roll, dal jazz all musica popolare inglese, scozzese e irlandese. È sempre stata forte l’influenza della letteratura e dalla storia americana sui testi delle sue canzoni.

 

 

 

Ha detto di lui il musicologo Alessandro Carrera, autore del saggio La voce di Bob Dylan, Una spiegazione dell’America (Feltrinelli):
“Se Dylan torreggia sopra tutti non è perché sia un poeta che scrive anche canzoni o un autore di canzoni che scrive anche poesie, ma perché l’intensità con la quale ha fatto cozzare linguaggi diversissimi tra loro è unica e irripetibile.
Dylan è senz’altro un poeta, ma non dello stesso genere a cui potrebbero appartenere T.S. Eliot o Montale. È un poeta perché ha inserito nel suo medium, che è quello della canzone, tutta la forza della poesia, del simbolismo, del modernismo di fine Ottocento e del Novecento. Ma Dylan resta soprattuto un cantante, perché il cantante deve saper unire i differenti media che sta usando e trasformarli in qualcosa che è di più della somma delle differenti parti. Questo è quello che Dylan è riuscito a fare, in lui si uniscono l’arte della parola, quella della musica e della voce, oltre quella della perfomance.

 

 

Certo Dylan è anche un narratore, ed è forse più narratore che poeta: ha scritto dei versi bellissimi, ma soprattutto ha inventato storie e ha inventato un modo di raccontarle in canzone. Molti raccontano storie in canzoni, la ballata narrativa è un antichissimo genere della canzone. Dylan si è trovato a utilizzarla negli anni Sessanta, quando la ballata narrativa era impiegata per le forti esigenze del momento: era una ballata topical, che sta per politica impegnata, che tratta di argomenti del giorno.

 

 

Ma Dylan non ha mai trattato questi argomenti in maniera strettamente lineare, o lo ha fatto molto raramente. Ha preferito creare delle situazioni allusive o, certe volte, circolari, in cui la storia, una volta sentita, ci lascia sempre qualcosa di non ancora spiegato, ci fa venir voglia di riascoltare la canzone, perché non ci ha detto tutto al primo ascolto.

 

Dylan è stato influenzato dai poeti che ha letto quando aveva diciotto-vent’anni a Minneapolis e a New York; ed erano i poeti che allora tutti leggevano, come Elliott, Ginsberg e tutta la scuola della beat generation, ma soprattutto Rimbaud. Forse non c’è stato nessun poeta che abbia avuto su di lui quell’impatto che ha avuto Rimbaud, tra il ’62 e il ’65. Ha letto sicuramente moltissimo, assimilando e imparando quello che voleva, e lasciando perdere quello che non gli interessava, come fanno gli autodidatti. Non bisogna dimenticare che Dylan è soprattutto un grandissimo conoscitore della tradizione della musica popolare americana: i veri testi di riferimento, più che quelli scritti, sono i testi del blues, le grandi ballate narrative della tradizione anglosassone.

 

 

La vita di Dylan è un’avventura per la straordinaria capacità che lui ha avuto di togliersi di dosso l’identità d’origine e di crearsene un’altra. Si decide nel momento in cui cambia nome, e da quel momento non torna più indietro, la strada è aperta verso una continua reinvenzione della propria vita. Ha rivissuto il grande mito americano, l’american dream, che però ha riscritto in maniera originale: non è il sogno di sistemarsi in un’altra terra – quello l’avevano già fatto i suoi nonni e i suoi padri – lui questa terra la esplora e la sente come sua, senza sentire alcuna divisione tra sé, la propria etnia e le altre culture di cui l’America è composta. Questa è la sua avventura.”

 

 

Il libro di Elijah Wald che ha ispirato il film

 

MGF

 

 

Regia di Roberto Andò – Italia, 2025 – 131′
con Toni Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone

 

 

 

 

 

UN MIX DI RIFLESSIONE E COMICITÀ IN UN FILM SINCERO CHE RACCONTA UNA PAGINA FONDAMENTALE DEL PASSATO ITALIANO.

A quasi tre anni dal successo di “La stranezza” (quattro David di Donatello e un Nastro d’argento nel 2023) Roberto Andò ripropone il trio Toni Servillo, Salvatore Ficarra e Valentino Picone per un racconto “siciliano” che intreccia Storia e finzione. Oggi, Giuseppe Garibaldi e i Mille tra le cui fila si trovano “per caso” due sprovveduti che hanno tutt’altri obiettivi; allora, il viaggio di Luigi Pirandello in Sicilia per il compleanno di Giovanni Verga e il suo incontro con due teatranti impegnati nell’allestimento di uno spettacolo.
Domenico Tricò (Salvatore Ficarra), da dieci anni lontano dalla Sicilia, vuole tornare per sposare l’indimenticata fidanzata; Rosario Spitale (Valentino Picone), anche lui siciliano, vive da anni in Veneto, è un baro di professione e vuole tornare a Palermo per sfuggire alla giustizia che ha messo gli occhi su di lui. Con l’idea di approfittare di un passaggio dai garibaldini, si presentano come volontari. Vengono così ingaggiati dal colonnello Vincenzo Giordano Orsini (Toni Servillo), militare di lungo corso nell’esercito francese, un palermitano di nobili origini che ha scelto di seguire Garibaldi.
Roberto Andò, regista, sceneggiatore e scrittore palermitano, governa con indubbia maestria un racconto che procede su un doppio binario: da un lato le avventure tragicomiche dei due siciliani in fuga, poveri diavoli affamati, spaventati, vigliacchi e furbi, che pensano solo a sopravvivere, e si trovano senza volerlo a vivere uno dei momenti più significativi della nostra storia: “O si fa l’Italia o si muore”. Eppure, anche loro, che il marchio di disertori ha destinato all’oblio, alla fine troveranno una scintilla di coraggio e, tra l’incredulità, l’ammirazione e il rimorso del colonello, sapranno fare la differenza. Ma poi, quando le battaglie finiscono e si torna alla normalità, bisogna sopravvivere. Dall’altro la coralità delle imprese dei garibaldini, tra scontri sanguinosi, ripiegamenti e fughe, a volte accolti e acclamati come liberatori, altre semplicemente tollerati o addirittura respinti dai siciliani, popolo “che si rivela più nei silenzi e nelle parole che non dice”. Come ricorda Orsini, al quale il regista affida le (proprie) riflessioni sulla Sicilia, sulla Questione Meridionale, sul sogno dell’unità d’Italia e sulle reali possibilità che questa rivoluzione possa cambiare la vita delle persone più semplici, che vivono insieme alle pecore, hanno paura, ma sono anche capaci di condividere il poco che hanno. Ma che senso può avere la parola libertà per chi ha vissuto sempre “sotto padrone”?
L’abbaglio” è un film avvincente, un racconto drammatico con lampi d’ironia e comicità, che funziona grazie alle interpretazioni sempre convincenti dei tre protagonisti, senza eccessi o sbavature, né sul versante comico, né su quello drammatico. Ottimi anche Tommaso Ragno, nel ruolo di Garibaldi e Giulia Andò in quello di Assuntina, senza dimenticare Giulia Lazzarini, la vecchia madre del Colonnello Orsini, una breve scena intensa e commovente.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche:
Amore-Sentimenti, Disabilità, Emigrazione, Guerra, Libertà, Matrimonio – coppia, Politica-Società, Povertà-Emarginazione, Rapporto tra culture, Storia


Roberto Andò non giudica i suoi personaggi, non biasima Domenico e Rosario, che tuttavia, come lui stesso ha voluto sottolineare, rappresentano l’eterna e indefettibile forza dell’Italia, nonché la dimostrazione di come il nostro paese si tenga in piedi anche quando appare mediocre se non in declino.


Con L’Abbaglio Roberto Andò torna ad affiancare Ficarra e Picone a Toni Servillo per raccontare un episodio secondario alla Spedizione dei Mille. Con lucidità e umana compassione il regista parla della sua Sicilia e dell’origine dell’Italia di oggi.


Recensioni
3,1/5 MYmovies
6/10 Gamesurf
3,9/5 ComingSoon.it

 

QUANDO GLI INGLESI FINANZIARONO I MILLE E GARIBALDI

All’arrivo della spedizione dei Mille l’11 maggio 1860, la presenza delle fregate inglesi davanti al porto di Marsala impedì la reazione della squadra borbonica che stava per intercettare e distruggere i due piroscafi garibaldini. Ma quali motivazioni portarono l’Inghilterra a decider di influenzare il processo unitario italiano? La risposta va cercata nei rapporti diplomatici tra Regno Unito e Regno delle Due Sicilie.

 

Tra il 1799 e il 1815 la gran Bretagna fu un alleato fondamentale per i Borboni. Dopo le due invasioni francesi i regnanti di Napoli fuggirono in Sicilia, protetti dalla flotta della Gran Bretagna, che stabilì un effettivo protettorato sull’isola. Gli inglesi svilupparono ottimi rapporti commerciali con l’isola. Una quota rilevante della bilancia commerciale britannica era rappresentata dall’importazione di materie prime provenienti dalla Sicilia e soprattutto dallo zolfo. In Sicilia erano presenti vere e proprie dinastie di mercanti inglesi, le quali avevano ottenuto il monopolio per lo sfruttamento di questa importante risorsa.

 

La situazione cambiò nel 1830, quando salì al potere Ferdinando II di Borbone. Egli si pose l’obiettivo di rendere il Regno delle Due Sicilie una potenza di media grandezza, autonoma da ingerenze esterne all’interno dello scacchiere europeo.
Per ristabilire una forte influenza sulla Sicilia, quando nel 1848 da Palermo cominciarono i moti che infiammarono il continente per i due anni successivi, l’Inghilterra sostenne il governo separatista siciliano, allo scopo di farne uno Stato autonomo retto da un principe di Casa Savoia. Ma la sconfitta di Carlo Alberto nella prima guerra d’indipendenza permise a Ferdinando II di intervenire in Sicilia e ristabilire la propria egemonia sull’isola. Il Regno Unito accusò il governo di Napoli di essere causa del malgoverno che scatenò le proteste e in una nota inviata al governo di Napoli minacciò che “qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e perseverato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano”.

I rapporti furono sul punto di rottura definitivo a causa dello scoppio della guerra di Crimea. Ferdinando II decise di non appoggiare Francia e Gran Bretagna durante il conflitto (a differenza del Piemonte) poiché riteneva probabile una vittoria russa.

Quando Garibaldi decise di intraprendere l’impresa dei Mille il Regno Unito decise di agevolarne la riuscita. Impedì alla flotta francese di affondare i garibaldini che attraversavano lo stretto per dirigersi in Calabria e favorì l’alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti. In questo modo la Gran Bretagna riuscì ad avere una forte influenza sul nuovo Stato unitario. Come scrisse Palmerston in una lettera alla regina Vittoria, “considerando la generale bilancia dei poteri in Europa, uno Stato italiano unito, posto sotto l’influenza della Gran Bretagna ed esposto al ricatto della sua superiorità navale, risultava il miglior adattamento possibile(…)l’Italia non parteggerà mai con la Francia contro di noi, e più forte diventerà questa nazione più sarà in grado di resistere alle imposizioni di qualsiasi Potenza che si dimostrerà ostile al Vostro Regno”.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

MGF

Regia di Ferzan Ozpetek – Italia, 2024 -135′
con Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Stefano Accorsi

 

 

 

 

QUELLO CHE CI ASPETTIAMO DAL MIGLIOR OZPETEK, QUELLO CHE AMA LE DONNE E CHE RAPPRESENTA L’UMANITÀ.

Mariangela Melato, Virna Lisi, Monica Vitti. A loro è dedicato “Diamanti” di Ferzan Ozpetek. In verità la dedica potrebbe essere allargata a Franca Valeri, Claudia Cardinale, Bette Davis, Gloria Swanson e in generale tutte le dive del cinema di ieri e di oggi. Nel suo ultimo film Ozpetek ha coinvolto diciotto interpreti con capofila Luisa Ranieri e Jasmine Trinca. Un copione che, oltre a rendere omaggio al mondo del cinema, del teatro e dell’arte in generale, compreso il genio di couturier di moda e di storici laboratori sartoriali, è un inno alla forza, alla resilienza e alla solidarietà femminile. Un film raffinato, avvolgente e vibrante, che tratteggia il valore del “Noi” e il desiderio di riscatto nonostante le fatiche, le fratture della vita.
È un film che onora la storia del cinema e del teatro, grandi dive e importanti autori, come Luchino Visconti, Franco Zeffirelli o Federico Fellini. Ricorrono poi le citazioni anche alla Hollywood classica tra cui “Eva contro Eva” (1950) di Joseph L. Mankiewicz e “Viale del tramonto” (1950) di Billy Wilder. “Diamanti” è come una stoffa dai ricami preziosi intessuta della storia del cinema e del teatro, ma anche dei ricordi personali di Ozpetek, del suo periodo formativo da aiutoregista negli anni ’70-’80 e delle sue incursioni nei laboratori della sartoria Tirelli. Vero perno del racconto però è lo sguardo sull’universo femminile.
Il regista compone un elegante mosaico di donne, forti e fragili, ferite e resilienti, tenaci e solidali, capaci di realizzare grandi imprese. Il suo desiderio è quello di raccontare storie tra schermo e realtà, ispirazionali, donne che sanno sempre rialzarsi dopo una caduta e fare fronte comune.
Ozpetek firma un film riuscito e potente, in pieno equilibrio tra forma e contenuto. Il suo quindicesimo lungometraggio è un viaggio nella memoria del cinema, ma anche un diario personale dove tornano volti, ricordi e miti di cui il regista si è circondato nel corso della sua carriera. “Diamanti” si apre con un incipit “insolito” e piacevolmente sorprendente, l’incontro vero dell’autore con le sue interpreti attorno a un tavolo imbandito di cibo – cucinato da Mara Venier – per la lettura del copione, per passare poi alla dimensione della finzione, alla storia del laboratorio Canova. È il racconto di una grande famiglia al femminile, dove la fatica si divide equamente tra proprietarie e lavoranti, che si adoperano perché le creazioni dei grandi costumisti del tempo prendano vita.
Il film seduce dunque molto, dal punto di vista visivo-formale, per il racconto puntuale del lavoro in sartoria tra tintura di stoffe, lavorio di macchine da cucire, rammendi e scelta di materiali.
“Diamanti” però non è solo puro piacere estetico. Ozpetek è attento a costruire una narrazione credibile e coinvolgente, che poggia sulle vicende del laboratorio e sulle microstorie delle protagoniste, tutti tasselli che convergono in un mosaico armonioso e raffinato. Il film esalta la dimensione femminile, il grande guadagno delle donne in ambito familiare, lavorativo e sociale, non sempre valorizzate o supportate da una presenza maschile adeguata. In questo Ozpetek è un po’ “partigiano”: nell’omaggiare le donne, i ritratti maschili sbiadiscono o abitano tonalità buie, problematiche (ad eccezione dei personaggi di Luca Barbarossa ed Edoardo Purgatori). Nell’insieme, “Diamanti” si presenta come un ottimo film, direzionato a un pubblico vasto, di certo adulto, un luminoso e dolente racconto corale dove emerge forte un’idea di solidarietà, un inno alle donne, cui maschile, società e istituzioni dovrebbero garantire più attenzione e rispetto.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana


L’intensa carica emozionale tipica del cinema di Ozpetek qui è veicolata da un gruppo di attrici in evidente stato di grazia, l’ambientazione risulta seducente e questa bolla sospesa che profuma di arte e artigianato, passione per il bello e per il proprio lavoro, riesce a coinvolgere.


Diamanti è la miglior prova di Ferzan Özpetek degli ultimi anni. È un’opera che si rivolge al pubblico senza pretesa di didascalismo alcuno, con gentilezza e allusività, ironia profondità.


RECENSIONI
3,2/5 MYmovies
2,5/5 Movieplayer
3/5 Comingsoon

 

LE GRANDI DIVE DEL CINEMA ITALIANO

 

Sono state moltissime le dive della storia del cinema italiano capaci di donare grandissimo prestigio allo stile italiano, e di esportarlo in giro per il mondo. È anche grazie a loro che l’italianità è diventata un valore invidiato e riconoscibile da tutti.
I nomi che si potrebbero fare sono davvero tanti, ma tra tutte le gloriose attrici della nostra tradizione ce ne sono alcune che è impossibile non citare, perché particolarmente rappresentative di un tratto, di un atteggiamento, di una tendenza.

 

 

La prima fra tutte è, senza dubbio, Sophia Loren: la diva italiana per eccellenza, il primo nome femminile che viene in mente un po’ ovunque quando si nomina il cinema italiano. La sua italianità prorompente, unita a una fisicità sensuale e mediterranea, oltre a un carisma non comune nelle interpretazioni, hanno fatto della Loren un simbolo trasversale e indistruttibile, che ha resistito al passare del tempo e la cui fama non accenna a scemare ancora oggi.
Non solo una sex symbol dotata di un erotismo travolgente e irresistibile, ma anche un’attrice amatissima carica di mistero ed eleganza, le cui origini popolari, sue e dei suoi personaggi, si fondono sul grande schermo a una sofferenza e a un vissuto intensi e vibranti.

 

 

 

 

Se la Loren rimase tuttavia più legata alle proprie origini italiane e insistette sul proficuo sodalizio con Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica, vero asse portante della sua carriera, l’eleganza di Gina Lollobrigida e la sua bellezza, meno ruspante ma altrettanto folgorante, la resero un’attrice assai richiesta in svariati blockbuster del suo tempo, come ad esempio grosse produzioni hollywoodiane o film più o meno esotici.

 

 

 

 

Degna di essere affiancata al binomio Loren-Lollobrigida è naturalmente Claudia Cardinale, che di diverso dalle prime due ha anzitutto l’origine, nel suo caso non laziale: nata in Tunisia da genitori di origine siciliana, la protagonista di ‘8 ½’ e ‘C’era una volta in America’ si impose grazie a un’eleganza sicuramente diversa, non meno mediterranea e curvilinea nell’aspetto, ma assai più esotica ed eterea.
Ritenuta a suo tempo una delle donne più belle del pianeta, la Cardinale, dotata di un sguardo magnetico e di una pelle ambrata difficili da replicare, ha saputo incarnare sensibilità femminili differenti mantenendo sempre altissimi livelli di stile e di passionalità della propria recitazione. Musa di registi come Leone, Fellini, Visconti e Bolognini, la vitale, carismatica tenerezza dei suoi tanti ruoli memorabili la rendono un’icona ancora oggi attualissima, come testimonia il meraviglioso manifesto in rosso che le ha di recente dedicato la 70esima edizione del Festival di Cannes.

 

 

 

Diversa dalla Cardinale, ma molto simile a lei per svariati aspetti, è Stefania Sandrelli: arrivata alla celebrità come lolita nei film di Pietro Germi ‘Divorzio all’italiana’ e ‘Sedotta e abbandonata’, l’attrice viareggina ha saputo in seguito attraversare i decenni rimanendo sempre sulla cresta dell’onda.

 

 

 

 

Non si può non citare, infine, il talento talvolta a torto dimenticato di Monica Vitti, figura tormentata del cinema di Michelangelo Antonioni e di tanta commedia popolare graffiante e intelligente. Un’eleganza concretissima e carnale, la sua, ma dotata di un’irrequietezza e un alone indefinito di mistero che rendono ancora oggi fragili, fascinose e assolutamente indimenticabili le sue donne cinematografiche.

 

 

Fonte: A Million Steps

MGF