Drammatico – 158′
Regia di Todd Field – USA, 2022 –
con Cate Blanchett, Noémie Merlant, Nina Hoss.

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Lydia Tár è una rinomata musicista in procinto di incidere la sinfonia che rappresenterà il picco della sua incredibile carriera. Quando la fortuna sembra volgere contro Lydia, la figlia adottiva di sei anni, Petra, rappresenterà un sostegno emotivo fondamentale per la madre.
Lydia Tár è considerata una delle più grandi direttrici e compositrici del panorama internazionale, ed è il primo direttore donna della Filarmonica di Berlino.
La sua energia è straripante, e non si ferma dinanzi ad alcun ostacolo: promuove continuamente progetti, tra cui la prossima registrazione dal vivo della Sinfonia numero cinque di Mahler. I suoi riferimenti fondamentali sono Francesca Lentini, la sua assistente personale, e Sharon Goodnow, la sua compagna e primo violino dell’orchestra berlinese.
Un giorno, Lydia incontra Eliot Kaplan, un direttore d’orchestra che gestisce un programma di borse di studio che la Tár ha fondato, per consentire a giovani donne di diventare a loro volta direttrici. Vorrebbe infatti sostituire il suo assistente direttore Sebastian Brix con Francesca. In seguito, Lydia si reca alla Juilliard, lì dove criticherà aspramente uno studente per le sue posizioni in merito ai maestri classici: la Tár non accetta che i suoi allievi non riescano ad andare oltre la superficie delle apparenze.
Quando riceverà un romanzo inviato da Krista Taylor, un’allieva che è passata dal programma delle borse di studio, Lydia tradirà un certo nervosismo, tanto da promettere a sé stessa di impedire alla donna di scalare le posizioni per arrivare a essere a sua volta una direttrice d’orchestra. Nel frattempo, un’audizione per un posto di violoncellista le farà conoscere Olga, una ragazza russa molto promettente della quale Lydia si assicurerà i favori, suscitando la reazione infastidita di Francesca e Sharon, con le quali i rapporti diventeranno sempre più complicati.
E non soltanto con loro: anche Sebastian, dopo aver compreso di essere prossimo all’avvicendamento, si scaglierà contro Lydia, accusandola apertamente di dare luogo a favoritismi secondo le sue volontà e desideri personali, e non seguendo un criterio meritocratico. Adirata, Tár rifletterà sulle scelte da intraprendere.

LA RECENSIONE

UNA COSTRUZIONE DRAMMATICA AFFASCINANTE, ENIGMATICA E COINVOLGENTE, NONOSTANTE IL RITMO MOLTO DILATATO.

Si può essere artisti senza “fare della propria vita un’opera d’arte”, come invece predicava Oscar Wilde? Ha senso ascoltare un brano ignorando la storia del suo autore? E quale ruolo giocano i social network in un contesto dove “essere accusati equivale a essere colpevoli”, citando appunto un dialogo di Tár? Dobbiamo piegare il valore estetico dell’opera al giudizio umano dell’artista, come fa un personaggio del
film persino nei riguardi di Bach? Si tratta di domande complesse a cui il regista Todd Field nega saggiamente risposte assolute, e non perché Tár affronti la questione in maniera pavida; piuttosto, ci consegna le chiavi per decifrare autonomamente il fenomeno, esaminandone tutte le implicazioni a livello culturale e “tecnico”: prende in esame quindi le conseguenze del COVID, il ruolo dei social network, l’impatto del
movimento Me Too sull’opinione pubblica ma anche problemi di carattere teorico come il rapporto tra estetica e etica nell’opera d’arte. Per offrire allo spettatore un quadro oggettivo, il film si serve di un personaggio (fittizio) così vivo, controverso e sfaccettato, da ispirare contemporaneamente sia empatia che repulsione, merito soprattutto di una straordinaria Cate Blanchett.

Tár sposa a livello stilistico anche il medesimo rigore intellettuale della protagonista, evocandone la malcelata fragilità, la solitudine e l’incapacità di provare sentimenti se non attraverso la musica; lo sguardo severo ma equidistante del regista non lesina, insomma, un elemento di comprensione ed empatia, capace di conferire ulteriore verità al resoconto. Il film ritrae infatti la paralisi emotiva del nostro mondo, che si identifica con la morale semplificata dei social network (“architetti della vostra anima”, parole di Lydia Tár) oppure langue nel
cinismo. Ed è anche una riflessione sul gelo dei rapporti interpersonali dopo il Covid, sulla paura dell’altro e l’abitudine a rimanere soli. Tutto questo finisce inevitabilmente per generare ricadute sull’industria culturale e i suoi interpreti, perché in fondo come fai a vendere emozioni se non provi più nulla? Per fortuna, la potente riflessione di Todd Field sul rapporto tra linguaggio e senso non sconfina mai in un ozioso esercizio metalinguistico ma procede, anzi, con forza ipnotica verso un finale misterioso e affascinante, costruendo un’opera originale, suggestiva e ricca, ma soprattutto estremamente rilevante.

Marco Iannini – IGN Italia

IL REGISTA

 

TODD FIELD
24 febbraio 1964
Pomona, California (USA)

 

 

 

 

Todd Field è uno dei rappresentanti più sfaccettati dell’industria cinematografica americana. Ha lavorato come attore, produttore, compositore, sceneggiatore e, infine, come regista. Todd Field nasce a Pomona, in California, dove la sua famiglia gestiva un allevamento di pollame. All’età di due anni, i suoi genitori decidono di lasciare quel tipo di attività e di trasferirsi a Portland, in Oregon, dove suo padre lavorerà come commesso viaggiatore e sua madre come bibliotecaria scolastica.
Appassionato di musica jazz fin dai sedici anni, sarà questo genere a fargli conoscere il futuro vincitore di un Grammy Award Chris Botti. Intanto, si avvicinava anche al cinema, e dopo essersi diplomato si trasferisce a New York per studiare recitazione. Abile musicista jazz, entra a far parte dell’Ark Theater Company, con cui si esibisce sia come attore che come musicista. Nel 1987 debutta sul grande schermo con una piccola parte in “Radio Days” di Woody Allen. Field alternerà piccolo e grande schermo lungo tutti gli Anni Ottanta-Novanta, senza mai riuscire a emergere veramente. Nel 1994 riceve la nomination al Sundance Film Festival come miglior attore non protagonista per la
sua interpretazione in “Ruby in paradiso” (di cui è anche autore dellle musiche) di Victor Nunez.
Dopo aver girato una serie di cortometraggi tra cui “When I was a boy” (1993), proiettato al Museum of Modern Art e “Nonnie & Alex”, pluripremiato negli Stati Uniti, nel 2002 esordisce alla regia di lungometraggi con “In the Bedroom”, pellicola vincitrice, fra l’altro, di un riconoscimento della American Film Award, del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e candidata a cinque premi Oscar. Dopo quattro anni, arriva “Little Children”, basato sull’omonimo romanzo di Tom Perrotta. Ancora una volta, Field conquista una candidatura per la sceneggiatura non originale.


Si staccherà dalla letteratura per il suo terzo film, “Tár”, acclamato successo di recitazione, regia e sceneggiatura e che segnerà il suo ritorno al cinema dopo ben sedici anni di assenza. Anni spesi, ha dichiarato Todd Field, a prendersi cura e a far crescere i propri figli.
Todd Field è sposato con la costumista e sceneggiatrice Serena Rathbun fin dal 1986.

La coppia ha lavorato spesso insieme e i due sono diventati genitori degli attori Alida P. Field e Henry Field.

 

MGF

GLI SPIRITI DELL’ISOLA
Drammatico – 114′
Regia di Martin McDonagh
Irlanda, USA, U.K, 2022
con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Kerry Condon

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Gli Spiriti dell’Isola è ambientato alla fine della guerra civile irlandese, nel 1923, su un’isola al largo della costa occidentale dell’Irlanda. Racconta la storia di due amici di lunga data, Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell) e Colm Doherty (Brendan Gleeson). I due si trovano in una situazione di stallo, dopo che il musicista Colm ha deciso bruscamente di porre fine alla loro amicizia. Pádraic, confuso e devastato, tenta di ricucire il loro rapporto, ma pare che Colm lo trovi improvvisamente troppo noioso e sia intenzionato a trascorre più tempo nella composizione di musica e a fare altre cose di qualità.
Pádraic, benvoluto da tutti sull’isola, non riesce a capire come Colm possa arrivare a tanto, evitando ogni suo tentativo di confronto. A nulla è servito l’intervento di Siobhan (Kerry Condon), sorella di Pádraic, e di Dominic (Barry Keoghan), un problematico figlio del poliziotto locale, che speravano di appianare la critica situazione tra i due.
Mentre all’interno della piccola comunità isolana sembrano giorno dopo giorno aumentare le preoccupazioni, Colm decide di lanciare uno scioccante ultimatum a Pádraic per concretizzare le proprie intenzioni: se continuerà a infastidirlo, compierà un atto scellerato. Sarà da questo momento che gli eventi inizieranno a degenerare…

 

LA RECENSIONE

UNA TRAGICOMMEDIA METAFORA DELLA DIVISIONE FRATRICIDA CHE SEGNA L’IRLANDA DAGLI ANNI DELLA GUERRA CIVILE.

Irlanda, 1923. I migliori amici Pádraic e Colm s’incontrano da una vita alle due del pomeriggio per qualche pinta al pub e le solite chiacchiere. Un giorno, però, Colm non apre la porta di casa all’amico, e in seguito, costretto a fornire una spiegazione, afferma di averne abbastanza di lui e di non voler spendere un minuto di più in sua compagnia.
Devastato e incapace di accettare la cosa, Pa’draic cerca l’aiuto della sorella e poi del parrocco perché parlino con Colm, ma quest’ultimo non solo non ritratta, ma minaccia il peggio se Pa’draic non lo lascerà in pace. Mentre sul continente infuria la guerra civile, sull’immaginaria isola di Inisherin, che si è sempre considerata al riparo dal conflitto, l’allontanamento di due amici fraterni innesca ugualmente una serie di conseguenze e un’escalation di atrocità. Martin McDonagh riunisce la coppia protagonista del suo film d’esordio (In Bruges) e la blocca in un avamposto rurale e isolato, al largo della costa occidentale dell’Irlanda (le location reali sono le le isole di Inishmore e Achill), insieme ad
una manciata di pochi altri abitanti incattiviti dalla solitudine, suggestionati dalle leggende, terrorizzati da una vita che spesso si traduce in quotidiana attesa della morte.
McDonagh scrive una parabola sul dialogo tra sordi nella quale commedia e tragedia si rincorrono e sovrappongono, in un microcosmo che è specchio ed effetto della storia d’Irlanda.
Chi sragiona di più, fra questi sentieri erbosi controllati da una statua della Madonna e da una vecchia con la pipa, dove i giovani sono contrari alla guerra e al sapone, non ci sono donne né cultura, e la solitudine è così imperante che persino gli animali tentano di entrare in casa in cerca di compagnia? È più ottuso Pádraic, che si comporta come un fidanzato scaricato, geloso e ferito, o Colm Sonny Larry, che teme di non aver più molto tempo da sprecare e si sveglia un giorno pieno di velleità artistiche e stufo delle chiacchiere inutili, fossero anche quelle del suo unico amico? Quel che è certo è che entrambi tengono radicalmente fede alla parola data, anche quando questa parola è maledettamente stupida.
Colin Farrell e Brendan Gleeson, ribaltamenti antieroici di Michael Collins e Eamon de Valera, sono gli strepitosi protagonisti di questa riflessione sui compromessi dell’amicizia e le diaboliche tentazioni dell’individualismo, annegata nello humour e investita di fascino e
di libertà dall’ambientazione e dalla scelta dell’epoca. Una barca a vela di legno, che i venti del talento e gli spiriti dell’ispirazione fanno volare veloce e leggera dentro la tempesta.

Marianna Cappa – Mymovies

 

IL REGISTA

MARTIN MCDONAGH
Camberwell, Regno Unito
26 marzo 1970

 

 

 

 

 

 

Famoso commediografo inglese di origini irlandesi. I suoi genitori sono infatti originari del Galaway, contea irlandese sulla costa occidentale. Cresce a Londra ma resta legato alla terra d’origine dei suoi genitori tanto da ambientarvi tutti i suoi lavori teatrali. Con la sua prima opera teatrale ‘The Beauty Queen of Leenane’ vince molti premi internazionali, tra cui, nel 1996, l’Evening Standard Award per il miglior
commediografo emergente. Il successo ottenuto lo porta a scriverne due episodi successivi (‘A Skull in Connemara’ e ‘The Lonesome West’) facendone così una trilogia, ‘The Leenane Trilogy’. A questa segue una seconda trilogia, ‘The Aran Islands Trilogy’, con cui conferma la sua popolarità ottenendo riconoscimenti in tutto il mondo.

Nel 1997, all’età di 27 anni, è il primo drammaturgo dopo Shakespeare ad avere ben quattro spettacoli rappresentati simultaneamente nei teatri del West-End di Londra.
Dopo i successi tutti teatrali, nel 2005 si interessa anche di cinema, e già con il primo lavoro, ‘Six Shooter’, da lui scritto e diretto, arriva addirittura a vincere l’Oscar per il miglior cortometraggio. Dopo un esordio così importante anche nel campo cinematografico, tre anni dopo si cimenta nel lungometraggio ‘In Bruges – La coscienza dell’assassino’, con Colin Farrell, Ralph Fiennes e Brendan Gleeson, per il quale ha vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Il suo secondo film, Seven Psychopaths, uscirà a settembre 2012.
Ancora una volta, siamo davanti a un soggetto cinico, astuto e assolutamente divertente, all’interno del quale si miscelano commedia, noir, western e pulp alla Tarantino. Spezza queste peculiari caratteristiche il drammatico e oscuro “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (2017) Il film riceve due candidature, una per il miglior film e l’altra per la migliore sceneggiatura originale, non vince, ma è un successo internazionale senza precedenti nella sua carriera.

MGF

TRE DI TROPPO
Commedia – 90′
Regia di Fabio De Luigi –
Italia, 2023
con Fabio De Luigi, Virginia Raffaele, Fabio Balsamo.

 

 

 

 

 

LA TRAMA

Tre di troppo, film diretto da Fabio De Luigi, racconta la storia di Marco (Fabio De Luigi) e Giulia (Virginia Raffaele), una coppia che trascorre la sua vita in modo perfetto. Sono passionali, in forma, alla moda e soprattutto… senza figli. Per loro la vita di coppia può essere vissuta in due modi: all’Inferno con bambini pestiferi che rendono la vita dei genitori un incubo, portandoli all’esasperazione più totale, o in Paradiso, dove le coppie senza figli possono godersi le giornate in tranquillità, in ordine e senza urla o piagnistei. Loro hanno scelto di essere in Paradiso e ne sono fermamente convinti. Inoltre, cercano di distanziarsi dalle coppie di amici che non hanno intrapreso la loro stessa strada e che si ritrovano esauriti dalla loro stessa prole e con una vita matrimoniale sull’orlo del baratro.
Ma il destino ha in serbo per la coppia altri piani: senza alcun motivo, una mattina i due si svegliano con la casa invasa da tre bambini di 10, 9 e 6 anni. Essere la mamma e il papà di tre figli sconvolgerà enormemente le loro esistenze e ogni loro certezza, portata avanti fino ad allora, si sgretolerà in mille pezzi. Marco e Giulia devono trovare un modo per liberarsi dei tre bambini e tornare alla loro tranquilla e spensierata vita, ma come?

 

LA RECENSIONE

UNA COMMEDIA PER E SULLE FAMIGLIE CHE SEGNA UN DECISO PASSO AVANTI PER FABIO DE LUIGI IN VESTE DI REGISTA

La lunga carriera cinematografica di Fabio De Luigi si arricchisce con un nuovo film da regista dopo il poco riuscito Tiramisù. Il soggetto non è dei più originali; si tratta del solito evento “magico” che per qualche strano motivo stravolge l’esistenza dei protagonisti ribaltando il punto di vista e mostrando loro tutto quello che si stavano perdendo nella vita precedente. Un maleficio lanciato da una madre stanca della
superficialità con cui Marco (De Luigi) e Giulia (Raffaele) affrontano la genitorialità del loro gruppo di amici, decisa perciò a dar loro una lezione, facendoli svegliare l’indomani con tre piccoli pargoli bisognosi di cure e di affetto. Ma soprattutto di una costante presenza e di mille attenzioni, quelle che il duo non potrà più concedere a se stesso, capendo realmente cosa significa ricoprire il ruolo dei genitori e smettendo di criticare e giudicare un universo familiare che saranno costretti ad affrontare in prima persona.
La pellicola di Fabio De Luigi si fa perciò esempio di un cinema per famiglie di cui l’attore, e qui anche regista, è un volto ormai conosciuto. Soprattutto quando si tratta di farsi fare da spalla da giovanissimi protagonisti come in Ti presento Sofia (2018), 10 giorni senza mamma (2019) con tanto di sequel 10 giorni con Babbo Natale uscito l’anno successivo. Un territorio su cui l’interprete sembra trovarsi a suo agio,
proseguendo nel voler rimanere una delle figure di riferimento con cui il pubblico nostrano più ampio può continuare a intrattenersi, sapendo perciò cosa aspettarsi.
Adagiandosi su traiettorie canoniche del racconto e non volendo schierarsi in maniera netta tra chi vuole avere dei figli oppure no, Tre di troppo cerca un proprio equilibrio nel mezzo, con un finale che accetta di buon grado anche i tormenti e le difficoltà della genitorialità. Un voler chiudere un cerchio nel modo più affabile possibile, presentando una conclusione in linea con tutto ciò che l’opera aveva mostrato in quel momento, dovendo infine esaltare il valore della famiglia. Una commedia che può suscitare simpatia nello spettatore, che inizia però il film sapendo già dove lo porterà la fine.
Fabio De Luigi sceglie di avere al suo fianco la comica e attrice Virginia Raffaele rendendola per la prima volta vera e propria protagonista di una pellicola italiana. Un duo che funziona bene, che ha già avuto modo di conoscersi e incontrarsi a livello lavorativo e che con la pellicola diretta dall’attore stesso riesce ad affinare quella che è una tangibile sintonia tra cosmi umoristici

Martina Barone – Cinematographe

 

IL REGISTA

FABIO DE LUIGI
Santarcangelo di Romagna
11 ottobre 1967

 

 

Pronipote di Tonino Guerra, attore comico, imitatore, ma anche doppiatore, Fabio De Luigi ne ha fatta di strada, da quando si cimentava nelle sue divertenti imitazioni di numerosi personaggi, all’interno dei programmi Mediaset, riuscendo ad affermarsi come attore in
maniera più che convincente. Si fa conoscere grazie a memorabili interpretazioni di molti personaggi in “Mai dire gol” ; trionfale inoltre la sua collaborazione con Paola Cortellesi e il Mago Forest in “Mai dire Grande Fratello 2”. Nel 2005 Luigi passa ad affrontare i problemi
di coppia nella sitcom di “Love Bugs”, di cui ne è il protagonista, ed è affiancato prima da Michelle Hunziker, poi da Elisabetta Canalis ed infine da Giorgia Surina. La sua carriera nel cinema ha inizio con ruoli minori in “Asini” (1998) e “Se fossi in te” (2001), per poi
continuare con “Un Aldo qualunque” (2002), in cui è protagonista, e “Quasi quasi” (2002).Il successo arriva con la partecipazione ai cinepanettone: “Natale a New York” (2006), dove interpreta un giovane chirurgo vessato dal brutale professor Severino Benci,
“Natale in crociera” (2007), dove veste i panni di uno scrittore scapolo e “Natale a Rio” (2008), dove impersona un innamorato un po’ imbranato.
De Luigi continua a farci ridere con Gian de “Gli amici del bar Margherita” (2009) di Pupi Avati, con Ezio di “Happy Family” (2010) di Gabriele Salvatores, con Walter di “Maschi contro femmine” (2010) e “Femmine contro maschi” (2011) di Fausto Brizzi, con Paolo de
“La peggior settimana della mia vita” (2011) di Alessandro Genovesi e con Andrea di “Com’è bello far l’amore” (2012) ancora di Brizzi.

Non bisogna dimenticare nel frattempo la conduzione del programma di Italia 1 “Le Iene” con Ilary Blasi fino all’edizione di febbraio
2009. Nel 2012 è ancora diretto da Genovesi che lo vuole protagonista della pellicola “Il peggior Natale della mia vita”. Fabio ci ha dimostrato di essere un vero talento, riuscendo ad affascinarci nel bene e nel male, dalla commedia più ‘insipida’ al personaggio celante una radicale critica della società. Da ottobre 2020 a dicembre 2020 gira “Ridatemi mia moglie”, serie TV in onda nel 2021 con la regia di Alessandro Genovesi. Da marzo 2021 a maggio 2021 gira il film “La befana vien di notte 2 – Le origini”, con la regia di Paola Randi.
Da settembre a novembre 2021 è stato impegnato nelle riprese del suo secondo film da regista dal titolo “Tre di troppo”, uscito il 1° gennaio 2023.

 

MGF

L’INNOCENTE
Commedia – 99′
Regia di Louis Garrel – Francia, 2022
con Roschdy Zem, Anouk Grinberg, Noémie Merlant.

 

 

 

 

 

LA TRAMA

L’Innocente, il film diretto da Louis Garrel, racconta la storia di Sylvie (Anouk Grinberg) e Abel (Louis Garrel), madre e figlio che si ritrovano in conflitto, dopo che lei decide di sposare Michel (Roschdy Zem), l’uomo di cui è innamorata e che sta per uscire di prigione. Sebbene Sylvie e il suo fidanzato abbiano piani per il futuro, come l’inizio di una nuova vita insieme e l’apertura di un negozio di fiori, Abel non è entusiasta della relazione della madre. Il ragazzo è convinto che Michel non sia onesto e non possa condurre un’esistenza lontano da criminalità e illegalità.
Deciso a far cambiare idea a sua madre e a proteggerla, Abel insieme al suo migliore amico Clémence inizia a indagare su Michel, ma il giovane presto si renderà conto come lui stesso sia costretto a deviare dalla retta via…

 

LA RECENSIONE

UN LOUIS GARREL SEMPRE PIÙ MATURO

La cifra del cinema di Louis Garrel è l’intelligenza emotiva. E non è poco.
Per la prima volta Garrel gira un film non parigino. Spostandosi a Lione, Garrel sposta anche l’attenzione dalla borghesia della capitale a una borghesia più modesta e provincialeNattraverso la quale mette a tema un sottile confronto tra classi sociali. Prendendo ispirazione direttamente dalla sua esperienza di adolescente figlio di una madre (la regista, sceneggiatrice e attrice Brigitte Sy) impegnata con i laboratori di recitazione in carcere, Garrel si mette in scena – nei panni del suo abituale alter ego Abel – come figlio di Sylvie un’ex attrice che, frequentando la prigione, si innamora di Michel e lo sposa prima della fine della pena. Il matrimonio turba Abel che, completamente richiuso in se stesso dopo la morte della moglie, è ossessionato dall’idea di proteggere la madre.
Un film di scrittura che gioca con i generi, li mescola e se ne prende il piacere. Guarda alla commedia sentimentale, e libera un’energia vitale che mette il testo totalmente al servizio degli attori, diretti con grande complicità proprio partendo dall’idea di mettere in crisi i pregiudizi, gli stereotipi e le posizioni precostituite che si hanno su stessi prima ancora che sugli altri.
Nel suo confronto con Michel, che lo trascina in un mondo non suo, Abel finisce infatti per aprire se stesso, emotivamente e psicologicamente, e torna a vivere in sintonia con quelle che sono rimaste le donne della sua vita. Un confronto tra ambienti sociali e tra generi che prende forma con naturalezza e profonda sensibilità per le umane debolezze.
Ed è una boccata di ossigeno. Di fronte a un fiume di narrazioni in cui il confronto tra i generi si risolve in una sgraziata e cupa presa di posizione a priori, che spesso si conclude con una punizione del maschio colpevole senza un minimo di scavo e di problematizzazione, Garrel riesce a descrivere un universo umano in cui non ci sono colpevoli né innocenti. O meglio in cui tutti sono a loro modo colpevoli ma anche
innocenti, capaci di assumenre la responsabilità delle proprie azioni solo nel momento in cui si guardano davvero, disposti a spogliarsi di nevrosi e paure.
Garrel si dimostra – ancora e sempre di più – un narratore capace con finezza di chiamare in causa le fragilità, la mancanza di coraggio, la volubilità del genere maschile mettendolo di fronte a un genere femminile la cui determinazione, al contrario, risulta risolutiva. E
così i personaggi non si osteggiano ma si confrontano, non si puniscono ma si capiscono, o almeno ci provano. Perché forse la soluzione è provare a capire e capirsi, rigenerandosi come fa l’axolotl, animale marino dall’aspetto ibrido, un po’ pesce, un po’ salamandra, che
ha la capacità di ridefinire la propria forma.

Chiara Borroni -giornalista e consulente in festival cinematografici

 

IL REGISTA

LOUIS GARREL
Parigi – Francia
14 giugno 1983

 

 

 

 

 

 

Louis Garrel ha 39 anni. Attore, regista e sceneggiatore, parla fluentemente italiano e ha avuto per diversi anni una relazione con l’attrice Valeria Bruni Tedeschi, con cui ha adottato una bambina di origine senegalese, di nome Oumy Bruni Garrel; i due si sono lasciati senza dare troppo scalpore. Dal 2015 è legato alla modella e attrice francese Laetitia Casta, con la quale si è sposato nel giugno 2017 a Lumio in Corsica e
da cui ha avuto un figlio, Azel, nel marzo 2021.

Louis Garrel è nato in una famiglia di artisti francesi. Suo nonno era l’attore Maurice Garrel, suo padre il celebre regista Philippe Garrel e sua madre l’attrice e regista Brigitte Sy. A sei anni ha recitato nel film della sua famiglia Les Baisers de Secours (1989). Ammirando il suo padrino, l’attore Jean-Pierre Léaud, Louis ha affinato le sue abilità di attore frequentando lezioni teatrali e diplomandosi nel 2004 al Conservatorio Nazionale Superiore di Arte Drammatica di Parigi. Nel 2001 ha ottenuto il suo primo ruolo cinematografico protagonista in Ceci Est Mon Corps di Rodolphe Marconi, in cui interpreta Antoine, un giovane annoiato che vuole provare a fare l’attore ma deve
affrontare la disapprovazione dei genitori e la gelosia della sua ragazza.
Prosegue la sua carriera nel cinema con film che affrontano il periodo delle rivolte studentesche, che ebbero il loro apice nel maggio 1968, detto il Maggio francese. Questi film sono The Dreamers – I sognatori (2003) di Bernardo Bertolucci e Les Amants réguliers (2005) del padre. Ma è per il film successivo che ottiene il primo riconoscimento: la stella d’oro per la rivelazione maschile dell’Accademia del cinema
francese. In molti suoi film dimostra di avere talento anche come cantante.

Nel 2017 interpreta Jean-Luc Godard nel film biografico Il mio Godard. Nel 2021 affianca Léa Seydouyx in Storia di mia moglie. Nel 2022 affianca di nuovo Isabelle Huppert, ma soprattutto recita insieme a Riccardo Scamarcio, in L’ombra di Caravaggio.

 

MGF

Docufilm diretto da Giovanni Piscaglia.

In occasione delle celebrazioni a 500 anni
dalla morte e della grande mostra della
Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia,
il film evento che celebra (per la prima
volta)uno dei pittori più amati e geniali del suo
tempo e gli restituisce il ruolo che merita
all’interno della storia dell’arte

 

 

PERUGINO: IL PERFETTO CONNUBIO TRA NATURA E PROSPETTIVA

Pietro di Cristoforo Vannucci nasce a Città della Pieve intorno al 1448; a contatto con i più grandi artisti dell’epoca, egli è -a ragione- considerato uno dei maggiori esponenti dell’Umanesimo.
Cresciuto ammirando e studiando le opere di Piero della Francesca, nelle opere di Perugino si nota con estrema chiarezza l’influenza degli studi prospettici di costui; ancor più chiaro, ed elevato a livelli che il della Francesca stesso non raggiunse mai, è l’influsso del realismo accentuato dei Fiamminghi, di cui Piero della Francesca fu grandissimo ammiratore.

Pietro Perugino, Consegna delle chiavi a san Pietro (1481-1483), affresco. Città del Vaticano, Cappella Sistina.

 

Grazie alla formazione artistica ricevuta in quel di Perugia, in botteghe locali, Perugino sviluppa un fortissimo senso della prospettiva, che combina le tecniche puramente formali con un sapiente utilizzo della luce, che sottolinea e sublima lo sfondo architettonico.

 

 

 

«Crocifissione con santi – Trittico Galitzin» (1482-85 ca), di Perugino. Washington, National Gallery of Art

Più avanti, intorno alla fine degli anni Sessanta del Quattrocento, Perugino si reca a Firenze, dove viene preso a bottega da Andrea del Verrocchio: lo stesso maestro di Leonardo da Vinci. Ed è qui che la sua arte comincia realmente a sbocciare, portando quello che era un freddo razionalismo di linee a diventare una delle più fedeli rappresentazioni della realtà.
Perugino unisce la geometria alla copia dal vero, facendo suoi gli insegnamenti della scuola umbra e incorporandoli magistralmente nel paesaggismo della scuola fiorentina, andando così a creare delle immagini che potrebbero essere tranquillamente prese direttamente dalla realtà.
Con Perugino si perde quella distanza che fino a poco prima si poteva percepire tra sé stessi e l’opera, viene a mancare il senso di lieve irrealtà e di sottile straniamento: le sue opere sono reali, il suo pennello trasforma la tela in carne, stoffa, fogliame e cielo, quasi
una sorta di mistica transustanziazione.

 

Compianto su Cristo morto Pietro Perugino – 1495 Palazzo Pitti

 

 

L’arte di Perugino, per quanto egli sia oggi meno famoso degli artisti con cui ebbe occasione di lavorare (dal già citato Leonardo da Vinci fino a Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, del quale fu maestro), sembra avere qualcosa in più, un tocco magico che la porta dalla semplice rappresentazione di scene religiose a una sorta di metafisico viaggio nell’episodio, trasportando lo spettatore all’interno dell’opera, a fianco del Cristo che consegna le Chiavi a San Pietro, facendolo inginocchiare davanti al Corpo del Signore deposto dalla Croce.

 

 

Perugino, Sposalizio della Vergine, dipinto a olio su tavola, 234×186 cm, 1501-1504, Musée des Beaux-Arts di Caen, Francia

 

 

Forse è l’attenzione al paesaggio, che per quanto funga solo da sfondo resta preponderante nella sua resa realistica, “a piani d’aria” come anche Leonardo la strutturerà. Forse è la sua architettura, mai scontata, mai scorretta, sempre immacolata eppure curiosamente realistica nella sua etericità.
Dopo aver lavorato per diversi committenti di notevole importanza, dai Medici finanche al Papa, Perugino si stabilisce a Firenze, prende moglie e apre bottega, istruendo innumerevoli allievi fino a diventare persino più famoso e stimato degli altri artisti che avevano bottega nella stessa città, più apprezzato di Ghirlandaio e Botticelli.

 

 

 

 

Ora, a Firenze sta per aprirsi un periodo particolare, che colpisce molti artisti in maniera più o meno profonda: la morte di Lorenzo il Magnifico, seguita dall’impetuosa ascesa del Savonarola e dei suoi toni apocalittici.
Ma, se Botticelli viene fortemente influenzato da questa figura, l’arte di Perugino subisce meno di uno scossone: è vero che le sue opere diventano più serie e mature, i toni dei suoi colori più cupi, ma la composizione resta serena, armonica, con chiaroscuri delicati e figure eleganti e quasi angeliche nelle loro pose morbide e mai forzate, e la luce è sempre protagonista: sottile, a volte fioca e altre volte impetuosa, così ben definita che quasi sembra di indovinare la stagione e di sentirne i profumi e udirne il suono, distante ma sempre una costante che fa capolino dalla sua resa di cieli tersi e nuvolosi, dal rifrangersi dei raggi su muri e colonne e sui panneggi dei personaggi ritratti, siano essi
mitologici o biblici.

Lotta tra amore e castità Perugino – 1503 Museo del Louvre – Parigi

 

Tuttavia, ogni meravigliosa avventura deve avere un termine: la fama di Perugino comincia a declinare dal 1503, dopo che Isabella d’Este critica un’opera che ella stessa aveva commissionato. Dopodiché, il pubblico fiorentino prima e infine il Papa criticano lesue opere: forse era diventato ripetitivo, Vasari riferisce che aveva cominciato a riutilizzare gli stessi cartoni in maniera esagerata, o forse semplicemente non era più il tempo adatto al realismo dolce della sua arte.

 

 

 

Si ritira in Umbria, si può dire che torna a casa, e si occupa prevalentemente di piccole commissioni votive fin quando la peste non pone fine alla sua vita, nel 1532.
Un finale in sordina, forse, ma guardandoci alle spalle non possiamo che restare ammaliati di fronte alla vastità del talento di Perugino, in rispettosa adorazione al cospetto di un’arte così ampia e variegata, così pregna di elementi diversi tra loro eppure così armonica e naturale: un vero e proprio miracolo su tela.

Beatrice Fiorello
Dott.ssa in Scienze dei Beni Culturali