Dramma storico
Regia di Damiano Michieletto – Italia, Francia, 2025 – 110′
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi

 

 

 

 

 

UN FILM SOLIDO – CLASSICO MA CONTEMPORANEO – CHE PARLA DELL’INGIUSTIZIA DELLA CONDIZIONE FEMMINILE. E DOVE LA MUSICA PUÒ FARE TUTTO.

Una bella sorpresa, il film che fa la differenza nell’offerta cinematografica natalizia del 2025. È “Primavera”, opera prima del regista teatrale-lirico Damiano Michieletto, che porta sullo schermo il romanzo Premio Strega “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, sceneggiato dalla valida Ludovica Rampoldi. Interpretato con incisività da Tecla Insolia e Michele Riondino, vede nel cast anche Fabrizia Sacchi, Andrea Pennacchi, Valentina Bellè e Stefano Accorsi.
La storia. Venezia ‘700, Cecilia è un’orfana cresciuta nel Pio Ospedale della Pietà, come lei tante altre destinate alla musica e a finire spose di facoltosi donatori. Cecilia ha un talento nel violino che emerge con luminosità quando incontra don Antonio Vivaldi. Il destino però le rema contro: è stata già promessa in sposa a un facoltoso nobile, al momento lontano in guerra. La giovane però vorrebbe vivere di musica, sottraendosi alle rigide imposizioni…
Molti i pregi del film di Michieletto. “Primavera” anzitutto brilla per la forza di una storia di riscatto dalla solitudine e dall’abbandono, un riscatto che nasce dalla musica e dall’incontro di due anime fragili, Cecilia e Vivaldi. Un percorso creativo ed esistenziale che i due compiono per un breve tratto insieme, suonando fianco a fianco, e traendo forza dalla reciproca collaborazione. In particolare, la traiettoria di Cecilia è quella di una giovane donna che si ribella alle costrizioni sociali del tempo, a un futuro prestabilito a tavolino.
Al di là della potenza della linea narrativa, l’opera colpisce per l’elegante e accurata messa in scena, per la regia sicura di Michieletto, all’esordio sì nel cinema di finzione ma abituato a gestire palcoscenici teatrali imponenti. “Primavera” vanta dunque un’ottima cura formale, tra scenografie, costumi e musiche, quelle di Fabio Massimo Capogrosso, oltre alle note senza tempo di Vivaldi. Un’opera che volteggia agile come un valzer, ma con tonalità dolenti, rafforzate da una scrittura vibrante e soprattutto da interpreti in parte, che abitano i personaggi con convinzione e trasporto. Un film che offre non poche suggestioni, un viaggio nelle pagine del tempo ma anche nei territori interiori di una giovane che reclama libertà e futuro. alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Donna, Educazione, Famiglia – genitori figli, Libertà, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Povertà-Emarginazione


Michieletto parte dalla sua Venezia per raccontare tutta la bellezza del talento. Impuro, grezzo, eppure sorprendente, imprevedibile, tenace. Se non c’è mai sfarzo e ridondanza, il regista lavora di sottrazione anche nei momenti più drammatici, lasciando che siano i dettagli – sguardi, mani, silenzi – ad arricchire la scena.


Primavera mostra anche, attraverso il suo commento musicale, la genesi di “Le quattro stagioni”, il capolavoro di Vivaldi, composto proprio nel periodo in cui si svolge questa storia. La composizione melodica che accompagna il film è eccezionale nel sostenere il racconto e occasionalmente agire da contrappunto: una scena di ballo ambientata fra nobiluomini e nobildonne truccati e parruccati, grottesca e primordiale al punto giusto, è da antologia.


Michieletto viene dal mondo della lirica, e ha ben chiaro quindi il peso e il ruolo drammaturgico che la musica può avere, e che usa in questo film in una maniera esaltante e commovente senza però abusarne, senza inseguire la traduzione dell’opera al cinema.

Recensioni
3,8/5 MyMovies
4/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon

 

ANNA MARIA DEL VIOLIN, L’ALLIEVA PREDILETTA DI ANTONIO VIVALDI CHE INCANTÒ CON LA SUA MUSICA POLITICI, COMPOSITORI E VIAGGIATORI

 

Fu la più dotata allieva di Vivaldi e la più celebre fra le figlie della Pietà. Anna Maria, conosciuta anche come Anna Maria del Violin, rimase per tutta la sua esistenza all’interno dell’Ospedale della Pietà, il convento, orfanotrofio e conservatorio di Venezia, percorrendo i vari livelli di gerarchia: da figlia di Choro a figlia privilegiata, per passare poi a maestra di strumento fino a diventare Maestra di coro, il ruolo in assoluto più elevato.
Un talento, quello per la musica, celato dietro le grate del coro della Pietà, attraverso cui incantava tutti coloro che passavano dall’Ospedale e che la definirono entusiasticamente come “il primo violino d’Italia”.

 

 

Nata fra il 1695 e il 1696, Anna Maria era l’allieva privilegiata dal Prete Rosso, solo per lei, infatti, vennero composti venticinque concerti, con un cimento tecnico molto elevato. Una polistrumentista esperta, un’orchestrale particolarmente versatile in grado di esibirsi con altri strumenti oltre al violino, che era la specialità. Anna Maria aveva raggiunto un livello di maturità e di virtuosismo degno di una professionista quando, all’età di venticinque anni, venne acquistato per lei un violino del celebre Matteo Sellas, un celebre liutaio, il cui prezzo dello strumento lascia intuire la bravura della ragazza.

 

 

Le figlie della Pietà erano delle giovani donne orfane che venivano accolte in età infantile, senza cognome e senza futuro. Questa Istituzione dava loro una possibilità di riscatto: qui potevano imparare un mestiere e trovare un marito. Fra queste, una piccola élite selezionata entrava a far parte del coro, le Figlie di Choro, di cui faceva parte Anna Maria.
Il suo talento era talmente evidente che venne soprannominata “Del Violin”, una sorta di cognome con cui veniva riconosciuta la sua grande abilità e passione per la musica, ma anche la sua origine illegittima, un marchio a fuoco indelebile che porterà fisicamente sulla sua pelle.
Diventare “figlie di coro” costituiva un privilegio: a differenza delle “figlie di commun”, quelle di coro avevano diritto a un vitto migliore, potevano ricevere gratificazioni in danaro e, se chieste in sposa a qualcuno, venivano proviste dall’Ospedale di una piccola dote.

 

 

Un numero ristretto di quattordici fanciulle, scelte ogni tre anni fra le figlie di coro più meritevoli e due maestre, costituiva il gruppo delle “figlie privilegiate”. A loro era concesso di prendere sotto la propria tutela una “figlia di educazione”, ossia fanciulle dell’aristocrazia o della borghesia mercantile che pagavano una retta per ricevere una solida educazione musicale.
Anna Maria passò tutte queste fasi di formazione e raggiunse addirittura il livello di Maestra di coro, doveva dirigere il coro, vigilare sulla disciplina, replicare gli insegnamenti dei maestri e farne le veci quando erano assenti. Una vita interamente trascorsa presso l’Istituto della Pietà, dove morì all’età di novantasei anni dopo una lunga febbre e un talento riconosciuto da Antonio Vivaldi, che la omaggiava evidenziando in lettere maiuscole “AMore” nei concerti di viola d’amore per lei scritti.

Fonte: 1600.venezia.it

 

Consigli di lettura per approfondire:

 

MGF

 

 

 

 

Regia di Luca Guadagnino – USA, Italia, 2025 – 139′
con Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield

 

 

 

 

 

GUADAGNINO ACCENDE CORAGGIOSAMENTE UN RIFLETTORE SU UN ARGOMENTO SCOMODO E DIVISIVO ACCETTANDO DI MOSTRARNE LE OMBRE.

Alma Himoff insegna Filosofia all’università di Yale, dove sta per ottenere la tanto attesa cattedra. È stimata da tutti, in particolare l’assistente Hank e la dottoranda Maggie, che si contendono le sue attenzioni lanciandosi reciproche frecciatine: il quarantenne Hank definisce la ventenne Maggie rigida come tutta la sua generazione, e la ragazza lo invita a non… generalizzare. Ogni tanto Alma si piega in due dal dolore, ma non ne fa cenno al marito Frederick, che la accudisce amorevolmente ma la definisce impenetrabile, per non dire insensibile. Quando Maggie si presenta a casa della professoressa raccontandole di essere stata molestata da Hank, Alma si trova fra due fuochi; da un lato l’empatia verso la studentessa e la propria nomea di paladina delle donne, dall’altro la volontà di concedere al suo assistente il beneficio del dubbio. Un metronomo ticchetta, marcando l’imminenza karmica dei destini di questo pugno di esseri umani nell’era del #metoo e della political correctness.
Luca Guadagnino, da sempre attento alle leggi del desiderio, racconta un universo spietato scisso draconianamente fra opposti, nella radicalizzazione binaria della società contemporanea – libertà di azione e responsabilità pubblica e privata; pluralità di informazioni e superficialità culturale; giustizia riparativa e vendetta; correttezza e legittimità. Il clima nelle università americane messo in mostra da Guadagnino è un campo minato in cui ognuno rischia di mettere il piede in fallo dicendo la cosa sbagliata o adottando un comportamento discutibile.
L’ambiguità è la cifra del cinema di Guadagnino, e caratterizza tanto questa storia quando ognuno dei suoi personaggi. Così Alma appare integerrima ma ha un segreto da nascondere; Maggie è fragile ma anche invadente e manipolatrice (il che non rende di per sé la sua testimonianza meno valida); Hank è arrogante ma si atteggia anche a vittima in quanto maschio bianco etero e cisgender; e Frederick è accuditivo ma anche passivo-aggressivo nei confronti della moglie.
Tutti camminano sulle uova, eppure tutti sembrano ignorare le ovvie conseguenze dei propri atti impulsivi, si direbbe commessi apposta per rompere la superficie di correttezza imposta dalla contemporaneità, seguendo una compulsione interiore a farsi beccare in castagna. E Guadagnino accende coraggiosamente un riflettore su un argomento scomodo e divisivo accettando di mostrarne le ombre. I personaggi di After the Hunt si muovono sul crinale incerto fra verità e percezione, tutti si sentono a disagio nell’epoca in cui si pensa che essere mantenuti a proprio agio sia un diritto, e in cui i più giovani rifiutano di ingoiare rospi come facevano le generazioni precedenti (dimostrando spesso più carattere).
Guadagnino non si sbilancia mai nel definire ciò che è giusto e ciò che non lo è, non rivela nemmeno ciò che è vero, falso o semplicemente verosimile, lasciandoci con tante domande e ben poche risposte. Più che un racconto morale, After the Hunt è una stesa di carte che invita gli spettatori a prendere in mano quelle per loro più rilevanti, non necessariamente scegliendo da che parte stare. E scansa (di misura) il pericolo di delegittimare le donne che denunciano un abuso richiamando gli uomini alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.

Paola Casella – Mymovies

Tematiche:le dinamiche di potere e abuso in ambito accademico, verità vs. menzogna, dibattito #MeToo e le zone grigie delle denunce, scontri generazionali, passato che ritorna, bisogno di riflessione etica e autocritica


Con un cast di star, in cui spiccano le due protagoniste femminili interpretate da una ritrovata Julia Roberts e da Ayo Edibiri, Guadagnino attraversa l’universo bollente di Me too, cultura woke, cancel culture, cercando di costruire su un film filosofico e finemente concettuale le dinamiche perverse di un sospetto che diventa fondato solo grazie al potere di chi lo esercita


Fin da titolo e ambientazione (Yale) è facile intuire come After the Hunt vada a raccontare, non senza polemiche, le battaglie culturali dei nostri tempi portate avanti dai paladini del woke, dell’inclusività, dei safe space, e di tutto il manifesto di quelli che – spesso più sui social che non nella vita reale – stanno dalla parte del bene e dei buoni. Questioni complesse che nascono da una bella sceneggiatura di Nora Garret, trasformata da Guadagnino in un thriller cultural-intellettuale, le cui immagini nitide e eleganti e i dialoghi filosofici sono scanditi come un metronomo dalla musica implacabile di Trent Reznor e Atticus Ross.


Thriller filosofico sul concetto di verità che stimola la nostra riflessione critica a partire dal fuori campo delle immagini. Un notevole esempio di cinema nel contemporaneo.


Recensioni
3,4/5 MyMovies
3,8/5 Sentieri Selvaggi
4/5 ComingSoon

 

CHE FINE HA FATTO IL #MeToo?

Quando nel 2006 Tarana Burke fondò il movimento Me Too, difficilmente poteva prevedere che strada avrebbe preso. All’epoca Burke viveva in Alabama, e lavorava per Just Be Inc., un’organizzazione che aiutava le ragazze a ritrovare l’autostima. “Durante questi incontri capitava spesso di parlare con adolescenti che avevano subìto violenza sessuale – racconta Burke a Insider – a volte erano così giovani da non riuscire a realizzare che, in realtà, certi gesti erano dei veri e propri abusi”.

Tarana Burke e il suo team decidono di pubblicare una pagina Myspace: vogliono capire quanto sia grande il fenomeno, e quante altre ragazze abbiano bisogno di aiuto. In poco tempo iniziano ad arrivare centinaia di storie simili. #MeToo nasce per supportare le ragazze nere (e di altre minoranze) sopravvissute a violenze sessuali.

Undici anni dopo, il New York Times e il The New Yorker pubblicano i primi dettagli dello scandalo Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, l’“imperatore di Hollywood”, è accusato di aver perpetrato per anni molestie sessuali e ricatti. Le attrici Rose McGowan e Ashley Judd sono tra le prime a denunciare. “Se anche tu sei stata vittima di violenza, scrivi Me Too e condividi questo post”, twitta nel 2017 l’attrice Alyssa Milano, che finalmente trova il coraggio di raccontare la sua storia. L’hashtag esplode, è l’inizio di un fenomeno globale.

 

 

Con l’aiuto dei social, il termine coniato da Tarana Burke si trasforma in un grido di battaglia, andando ben oltre il suo significato originale. Le persone iniziano a usare #MeToo per descrivere non solo stupri e molestie sessuali sul posto di lavoro, ma anche violenza domestica, pregiudizi di genere e abusi verbali. Nascono proteste, nuovi casi e processi (Bill Cosby, Andrew M. Cuomo, Jeffrey Epstein e R. Kelly); a febbraio 2020, Harvey Weinstein viene condannato a ventitré anni di prigione. L’uomo da cui tutto è iniziato si trova finalmente dietro le sbarre di una cella.
Il 2022 ci ha regalato il processo più spettacolarizzato dell’ultimo decennio: Amber Heard v. Johnny Depp, dove l’ex pirata ne è uscito martire e dove, sui social, nessuno è riuscito a prendere le difese di Heard; neanche per un secondo. A qualcuno è venuto spontaneo chiedersi: che cosa è successo allora a #MeToo? Per alcuni è morto, per altri non è possibile ridurre la questione al processo Heard v. Depp.

 

Per altri ancora #MeToo non è mai finito, e per quanto sia difficile misurare l’impatto che ha lasciato, lo ritroviamo nella pratica di tutti i giorni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo l’esplosione del movimento, 22 stati hanno adottato leggi per rendere più sicuri i luoghi di lavoro: le aziende hanno introdotto politiche più severe sulle molestie sessuali, e hanno iniziato a promuovere corsi di formazione. In Italia c’è sicuramente più consapevolezza. È vero, nel nostro paese è mancata la spettacolarizzazione, che da un lato ha alimentato il fuoco del movimento, e dall’altro l’ha reso oggetto di critiche e controversie; e manca ancora tutta la parte educativa sul luogo di lavoro – secondo dati Istat del 2018, sono oltre un milione le donne in età lavorativa che dichiarano di aver subìto molestie fisiche da parte di un collega o di un datore di lavoro nel corso della loro vita. Ma c’è stato un cambiamento culturale che non si può negare. Abbiamo tracciato nuovi confini, e possiamo dire di averlo fatto grazie a #MeToo. Abbiamo dato una nuova definizione a normale: non è normale una battuta “innocente” in ufficio, un commento di troppo, o un fischio per strada. Oggi tutto questo ha un nome: molestie.

Fonte: Elle.com

 

MGF

 

 

Regia di Gianni Di Gregorio – Italia, 2025 – 97′
con Gianni Di Gregorio, Greta Scarano, Tom Wlaschiha

 

 

 

 

 

UNA PARABOLA SULLA FRAGILITÀ CHE CI RICORDA CHE CI SONO ANCORA SPAZI DI UMANITÀ RESISTENTE

Romano, classe 1949, Gianni Di Gregorio ha debuttato tardi dietro alla macchina da presa. Nel 2008 firma la sua opera prima, la commedia “Pranzo di ferragosto”, raccogliendo consensi di critica e pubblico, vincendo anche il David di Donatello come miglior regista esordiente. Negli anni sono seguiti titoli sullo stesso tracciato che ne hanno confermato abilità, umorismo acuto e respiro poetico: “Gianni e le donne” (2011), “Lontano lontano” (2019) e “Astolfo” (2022). A Venezia82 – Giornate degli Autori ha presentato il nuovo film “Come ti muovi, sbagli”, di cui è regista e sceneggiatore (il copione è firmato con Marco Pettenello), una metafora sulla terza età, colta tra affanni familiari e desiderio di sentimenti. Oltre a Di Gregorio, nel cast anche Greta Scarano, Tom Wlaschiha e Iaia Forte.
La storia. Roma oggi, un professore ultrasettantenne trascorre placidamente le sue giornate da pensionato scandite da una certa routine. All’improvviso sua figlia Sofia fa ritorno a casa dalla Germania portando con sé i due figli preadolescenti: ha scoperto che il marito Helmut l’ha tradita e non vuole più saperne di lui. Al professore non rimane che occuparsi dei nipoti, provare a consigliare tanto la figlia quanto il genero, e al contempo a salvare la sua amicizia con Giovanna, messa a dura prova dalla sua indecisione e dalle incombenze familiari…
“C’è una cosa – dichiara il regista – della quale noi umani a quanto pare, non possiamo fare a meno: la famiglia. Infatti, cosa c’è di più bello della famiglia? E cosa c’è di più impegnativo della famiglia, con il suo incommensurabile carico d’amore che schiaccia ogni velleità personale, ogni anelito di libertà e di pace? Questo film è dedicato alla famiglia e dunque all’amore, questa forza che ci fa fare cose che non avremmo mai creduto di poter fare, rendendoci allo stesso tempo formichine al lavoro ma anche eroine ed eroi epici”.
Di Gregorio ci regala un altro puntuale sguardo sulla società odierna, servendosi come sempre della sua consueta cifra dolce e semiseria. Ci racconta ancora una volta l’ultima stagione dell’esistenza, la terza età, tra ripetitività, stanchezze varie ma anche un vibrante desiderio di vita, dove c’è posto ancora per amare ed essere amati. L’autore, con stile accorto e brillante, tratteggia un protagonista ancora una volta vicino alla propria età, esplorandone bene la condizione tra luci e chiaroscuri. Il suo sguardo per lo più è rivolto alle tonalità calde, quelle della fiducia e della speranza. Il professore vive in un guscio, in una comfort zone, da cui è scosso dalla figlia Sofia con figli e problemi al seguito, che lo spingono a cercare soluzioni per tutti, soprattutto a preservare i propri spazi di autonomia e a trovare il coraggio di cogliere le tenerezze dell’amore.
“Come ti muovi, sbagli” è una commedia simpatica e gentile, all’apparenza semplice ma a ben vedere segnata da una chiara densità tematica. Un racconto che scivola via su un copione ben scritto, che coniuga realismo e umorismo garbato, regalando suggestioni acute e divertenti. Un cinema che si apprezza con facilità, per la sua scorrevolezza ma anche per i suoi lampi di poesia quotidiana.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amicizia, Amore-Sentimenti, Animali, Anziani, Donna, Educazione, Famiglia, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Politica-Società


Come ti muovi, sbagli è una commedia umana, elegante senza compiacimenti, dolceamara senza cinismo, capace di farci ridere piano e di farci pensare piano, con quella mitezza che oggi appare quasi rivoluzionaria. Ci ricorda che è meglio inciampare che restare fermi, che l’imperfezione è la nostra forma, che il disordine, accolto senza timore, può rivelarsi inattesa forma di felicità.


In Come ti muovi, sbagli, Di Gregorio mantiene la sua semplicità e la sua leggerezza. È ancora più divertente perché non cerca la pietà ed è soprattutto inserito in una storia più solida e stratificata rispetto, per esempio, al precedente Astolfo. Per questo film come questo sono anime fragili dal cuore puro da conservare con cura e affetto. Perché ci saranno forse altri momenti della nostra vita che avremo bisogno di Come ti muovi, sbagli.


Di Gregorio non ha bisogno di scene clamorose: indugia su dettagli minimi, lascia parlare i silenzi, si affida al ritmo dei gesti quotidiani. È un cinema che non dichiara, ma suggerisce; che non impone, ma apre spazi di riflessione.

 

Recensioni
3/5 MyMovies
3,7/5 Sentieri Selvaggi
3,4/5 ComingSoon

 

SI VIVE DI PIÙ E MEGLIO. LA TERZA ETÀ È SEMPRE PIÙ CORTA

Campiamo di più e il bello è che gli anni aggiunti rispetto ai nostri predecessori si piazzano nella mezza età, allungandone i tempi e il vigore. Non sono cioè gli ultimi anni di vita, i più disagiati, che si protraggono. Occorre allora che cambiamo nella nostra opinione il concetto di vecchiaia e guardiamo con altra considerazione alle età di 75 e 80 anni. Ad affermare questi aggiornamenti sui nostri cicli di vita è la professoressa Tania Rantanen, dell’Università di Jyväskylä in Finlandia, alla fine di un confronto, insieme a un gruppo di collaboratori, tra le persone di età 75-80 anni oggi e i loro “coetanei” di 30 anni fa, negli anni ’90. Lo studio è stato pubblicato sui Journals of Gerontology.
Procedendo con le misurazioni all’interno della Facoltà di Sport e di Scienze della salute, hanno constatato che la forza muscolare, la sveltezza nel camminare, la rapidità delle reazioni, la facilità nel discorrere, il modo di ragionare così come la memoria di lavoro negli attuali 75-80enni sono significativamente molto migliori che negli anziani nati tanti anni prima.

«Una maggiore attività fisica e l’aumento della dimensione del corpo spiegano il modo di camminare più svelto e la maggiore forza muscolare degli attuali anziani – osserva la dottoressa Kaisa Koivunen – mentre la maggiore ragione sottostante alle differenze nelle abilità cognitive dipende dagli studi più prolungati». Aggiunge il ricercatore Matti Munukka: «Il gruppo nato più tardi è cresciuto e è vissuto in un mondo diverso rispetto ai predecessori, in cui si sono verificati molti cambiamenti favorevoli. Il che include una migliore alimentazione, maggiore igiene, miglioramenti nel campo della salute e del sistema scolastico, un più facile accesso all’istruzione e una vita di lavoro migliore».
In più, possiamo aggiungere, gli attuali 75-80enni non hanno attraversato le tragedie della seconda guerra mondiale, che segnò le vite di chi era vecchio negli anni ’90 del Novecento. I risultati dello studio finlandese suggeriscono che l’aumentata aspettativa di vita va di pari passo con molti più anni da vivere in buone condizioni fisico-mentali nelle età finali. Riprende la professoressa Rantanen:
«I risultati raggiunti dimostrano che noi abbiamo un’idea datata della vecchiaia. La maggior parte degli anni guadagnati si aggiungono a quelli della vita di mezzo e non molti all’estrema parte dell’esistenza. Tuttavia la vera vecchiaia arriva ad età sempre più alte. Le conseguenze alla fine sono due: un prolungamento degli anni in salute verso età più avanzate che in passato, ma anche l’aumento di persone davvero molto vecchie che non sono autosufficienti e richiedono cure esterne».
«E’ uno studio confortante e plausibile. Ed è importante che il miglioramento sia globale: fisico e cognitivo – commenta il professor Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di Geriatria e Gerontologia. – Fondamentale è la maggiore scolarità, poi gli stili di vita, le molte relazioni. Anche se compiuto in un paese così nordico come la Finlandia, diciamo pure che i risultati si possono generalizzare a tutto l’Occidente. C’è eterogeneità in Europa per quanto riguarda gli ultimi anni di vita.». Continua il professor Antonelli Incalzi: «C’è poi il problema della pensione: col lavoro qui si passa dal tutto al nulla. Nei paesi scandinavi non si limitano a garantire un buon tenore di vita ai pensionati, ma a offrire forme flessibili di attività».

Fonte: Fondazione Veronesi

 

Regia di Cherien Dabis

con Saleh Bakri, Cherien Dabis, Adam Bakri, Maria Zreik, Mohammad Bakri.

Genere Drammatico, – Cipro, Germania, Grecia, Giordania, 2025 – 145′

1988 Prima Intifada. Noor, un adolescente viene colpito da un proiettile sparato dagli israeliani. La madre, ormai anziana, si rivolge ad un interlocutore, di cui scopriremo l’identità solo molto più avanti, sentendo la necessità di raccontargli quanto accaduto alla famiglia nel passato. Si passa a Jaffa nel 1948 quando il nonno di Noor, Sharif, viene arrestato perché attaccato alla propria terra dopo che gli inglesi hanno lasciato la regione. E poi si arriva al 1978, al campo dei rifugiati in Cisgiordania. Qui Salim, figlio di Sharif, viene umiliato da un soldato israeliano dinanzi al figlio Noor, del quale poi seguiremo le vicende che coinvolgeranno i genitori. Cherien Dabis dirige e interpreta un film che invita tutti a interrogarsi su quanto accade oggi.

La storia del cinema ha visto portare sullo schermo, nel corso dei decenni, il susseguirsi delle generazioni all’interno di un nucleo familiare. In Italia Ettore Scola con La famiglia rappresenta uno dei punti più alti di questo tipo di narrazione. È solo conoscendo il passato che si può comprendere il presente, ed è ciò che Dabis fa scegliendo un punto di vista, quello palestinese, senza dimenticare quello di chi vi si oppone.

C’è uno scambio di battute (nell’ultima parte del film) che è estremamente significativo in proposito ma che in questa sede, per ovvi motivi di spoiler, non è possibile citare.

Vedendo questo film vengono alla mente le parole pronunciate nel febbraio di quest’anno ad una radio ultraortodossa dal vicepresidente della Knesset (il parlamento israeliano): “Chi è innocente a Gaza? I civili sono usciti e hanno massacrato la gente a sangue freddo. Sono feccia, subumani, nessuno al mondo li vuole. I bambini e le donne vanno separati e gli adulti eliminati.” Sono parole che dovrebbero far rabbrividire chiunque si ritenga umano e, purtroppo, non si tratta di una fake news.

Questo film ci porta dalla parte dei ‘subumani’ e ce ne mostra la vita nel susseguirsi degli anni, mostrando come chi viene sottoposto a soprusi non venga messo nella condizione di poter sviluppare sentimenti di fratellanza ma possa conservare comunque un senso profondo di umanità.

Veniamo messi di fronte ad una narrazione che ci ricorda che i palestinesi non sono Hamas, la quale pretende di agire a nome di tutti non avendone il diritto.
Ci ricorda anche che non è con l’oppressione e la separazione (quella che un presidente sicuramente non estremista come Jimmy Carter definì come “apartheid”) che si lavora per la pace. Tutto ciò con una collocazione cronologica che precede il 7 ottobre.
Il passaggio generazionale consente di vedere in azione i padri e i figli ed offre un ruolo importante, in una società in cui prevale il maschile, anche alla madre di Noor. Nella seconda parte, ancor più che in quella storicamente più rilevante, si avverte come la separazione incida in maniera determinante nel quotidiano e si comprende come entrando in contatto con l'”altro” possiamo modificare le dinamiche relazionali nel profondo.
Gli antichi romani dicevano “Senatori boni viri, senatus autem mala bestia”, i singoli sono brave persone; è quando li si vede come massa che, a seconda delle posizioni ideologiche, vengono considerati ‘nemici’ senza più alcuna distinzione. Così tutti i palestinesi finiscono con l’essere identificati con Hamas e tutti gli israeliani con il governo Nethanyau.
Senza aspirare ad un happy end illusorio Dabis riesce a farci incontrare delle persone. Aiutandoci a capirne le vite.

Giancarlo Zappoli – Mymovies


Con Tutto quello che resta di te Cherien Dabis mette in scena un melodramma famigliare lungo intere generazioni per raccontare la tragedia palestinese, dalla Nakba del 1948 fino alla prima Intifada, per finire con la contemporaneità. Narrativamente sfrutta tutti gli escamotage del genere, ma per la prima volta mette in fila di fronte agli occhi “occidentali” le ininterrotte vessazioni patite dal popolo tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, o nei campi profughi libanesi.


L’obiettivo di Dabis, un’umanista che interroga il proprio rapporto con le radici non solo territoriali ma anche culturali (il riconoscimento della ferita storica, la ciclicità della violenza, la convivenza con il dolore, la resistenza di una traccia umoristica), non è condannare chi ha sistematicamente attutato operazioni militari per cancellare una presenza e quelli che hanno chiuso gli occhi di fronte alle aggressioni.


Non si tratta di un film politico, ma un chiaro punto di vista c’è, quello di una popolazione che ha perso progressivamente libertà, diritti e aspirazioni. Con salti temporali dal 1948 al 1978 e dal 1988 a un momento più recente, la storia è più intima che epica nella sua ricerca di autenticità. Siamo invitati a diventare testimoni di una vita trascorsa in uno stato di occupazione permanente, dove rassegnazione e rivoluzione sono gli estremi di un pendolo che oscilla tra una generazione e l’altra.

 

PRIMA DELLA PROIEZIONE INTERVENTO DI fr DAVIDE SIRONI E CAMILLA GOMMARASCHI, LAUREANDA IN STORIA CONTEMPORANEA

 

MGF

Fra Davide Sironi

Abbiamo bisogno di riscoprire una verità che apra il cuore dell’uomo e una libertà autentica“.

Fra Davide Sironi, parroco del convento del Sacro Cuore, spiega le ragioni alla base della scelta di dedicare alla “verità” il progetto de “I Martedì al Sole”

QUALCOSA DI VERAMENTE AUTENTICO

In un’epoca in cui ognuno vuole costruirsi la propria verità – tra fake news create ad arte e un uso distorto dell’ Intelligenza Artificiale – si avverte sempre più la necessità di basi davvero solide a cui appoggiarsi. “E’ un tema impegnativo, ma ci piace stimolare e far riflettere le persone su questioni che hanno a che fare con la dimensione umana e cristiana – spiega fra Davide -. Ne sentiamo tutti l’urgenza. Qualsiasi cosa accada, non si sa mai bene dove stia la verità: la narrazione umana è sempre espressa da un punto di vista, necessariamente parziale: questo però non ci impedisce di cercare qualcosa di davvero autentico”

 

 

PORTARE UN PO’ DI CHIAREZZA

La parrocchia del Sacro Cuore ha scelto come punto di partenza la celebre frase di Gesù riportata nel Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi“. Da quest’affermazione densa di significato si svilupperanno le riflessioni proposte dagli esperti nei vari incontri in calendario. “La vita non è sempre facile , arrivano i momenti in cui si sente la necessità di portare un po’ di chiarezza nella propria esistenza, di raggiungengere un approdo sicuro, di avere dei punti di riferimento – continua il francescano -. C’è una sete di autenticità, imparentata con la Verità con la V maiuscola. Certo, la verità rende liberi, ma può essere anche scomoda: ci chiede di metterci in gioco, di lasciare da parte i pregiudizi, le pre-comprensioni. Tanto che a volte pretendiamo di non sapere come stiano davvero le cose, piuttosto che fare lo sforzo di ricercare ciò che è autentico. Così ci aggiustiamo un po’ la realtà, e rimaniamo in una zona per noi confortevole. Sì: la verità è anche scomoda.”

 

AFFERMAZIONE ATTRAVERSO LA GRADUALITA’

Nell’era della velocità, del “tutto e subito”, delle risposte già pronte e confezionate, la verità richiede altri tempi: anche per questo può essere particolarmente impegnativo mettersi a ricercarla. “Una volta Gesù ha usato quest’espressione con i suoi discepoli: ‘Ho ancora molte cose da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata. Quando verrà lo Spirito Santo, vi guiderà in tutta la verità’ – ricorda fra Davide Sironi – . Questo significa che la verità si afferma attraverso una gradualità, non necessariamente in maniera istantanea. Oggi le persone tendono a chiedere risposte immediate a problemi immediati, ma per giungere a una verità profonda, a tutto tondo, serve tempo”.

 

LA PREALPINA – Domenica 15 febbraio 2026

 

MGF