
Dramma storico
Regia di Damiano Michieletto – Italia, Francia, 2025 – 110′
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi
UN FILM SOLIDO – CLASSICO MA CONTEMPORANEO – CHE PARLA DELL’INGIUSTIZIA DELLA CONDIZIONE FEMMINILE. E DOVE LA MUSICA PUÒ FARE TUTTO.
Una bella sorpresa, il film che fa la differenza nell’offerta cinematografica natalizia del 2025. È “Primavera”, opera prima del regista teatrale-lirico Damiano Michieletto, che porta sullo schermo il romanzo Premio Strega “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, sceneggiato dalla valida Ludovica Rampoldi. Interpretato con incisività da Tecla Insolia e Michele Riondino, vede nel cast anche Fabrizia Sacchi, Andrea Pennacchi, Valentina Bellè e Stefano Accorsi.
La storia. Venezia ‘700, Cecilia è un’orfana cresciuta nel Pio Ospedale della Pietà, come lei tante altre destinate alla musica e a finire spose di facoltosi donatori. Cecilia ha un talento nel violino che emerge con luminosità quando incontra don Antonio Vivaldi. Il destino però le rema contro: è stata già promessa in sposa a un facoltoso nobile, al momento lontano in guerra. La giovane però vorrebbe vivere di musica, sottraendosi alle rigide imposizioni…
Molti i pregi del film di Michieletto. “Primavera” anzitutto brilla per la forza di una storia di riscatto dalla solitudine e dall’abbandono, un riscatto che nasce dalla musica e dall’incontro di due anime fragili, Cecilia e Vivaldi. Un percorso creativo ed esistenziale che i due compiono per un breve tratto insieme, suonando fianco a fianco, e traendo forza dalla reciproca collaborazione. In particolare, la traiettoria di Cecilia è quella di una giovane donna che si ribella alle costrizioni sociali del tempo, a un futuro prestabilito a tavolino.
Al di là della potenza della linea narrativa, l’opera colpisce per l’elegante e accurata messa in scena, per la regia sicura di Michieletto, all’esordio sì nel cinema di finzione ma abituato a gestire palcoscenici teatrali imponenti. “Primavera” vanta dunque un’ottima cura formale, tra scenografie, costumi e musiche, quelle di Fabio Massimo Capogrosso, oltre alle note senza tempo di Vivaldi. Un’opera che volteggia agile come un valzer, ma con tonalità dolenti, rafforzate da una scrittura vibrante e soprattutto da interpreti in parte, che abitano i personaggi con convinzione e trasporto. Un film che offre non poche suggestioni, un viaggio nelle pagine del tempo ma anche nei territori interiori di una giovane che reclama libertà e futuro. alla presa in carico dei loro comportamenti aggressivi e della disparità nella loro posizione di potere.
Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Amore-Sentimenti, Arte, Donna, Educazione, Famiglia – genitori figli, Libertà, Matrimonio – coppia, Metafore del nostro tempo, Musica, Politica-Società, Povertà-Emarginazione
Michieletto parte dalla sua Venezia per raccontare tutta la bellezza del talento. Impuro, grezzo, eppure sorprendente, imprevedibile, tenace. Se non c’è mai sfarzo e ridondanza, il regista lavora di sottrazione anche nei momenti più drammatici, lasciando che siano i dettagli – sguardi, mani, silenzi – ad arricchire la scena.
Primavera mostra anche, attraverso il suo commento musicale, la genesi di “Le quattro stagioni”, il capolavoro di Vivaldi, composto proprio nel periodo in cui si svolge questa storia. La composizione melodica che accompagna il film è eccezionale nel sostenere il racconto e occasionalmente agire da contrappunto: una scena di ballo ambientata fra nobiluomini e nobildonne truccati e parruccati, grottesca e primordiale al punto giusto, è da antologia.
Michieletto viene dal mondo della lirica, e ha ben chiaro quindi il peso e il ruolo drammaturgico che la musica può avere, e che usa in questo film in una maniera esaltante e commovente senza però abusarne, senza inseguire la traduzione dell’opera al cinema.
Recensioni
3,8/5 MyMovies
4/5 Cineforum.it
4/5 ComingSoon
ANNA MARIA DEL VIOLIN, L’ALLIEVA PREDILETTA DI ANTONIO VIVALDI CHE INCANTÒ CON LA SUA MUSICA POLITICI, COMPOSITORI E VIAGGIATORI
Fu la più dotata allieva di Vivaldi e la più celebre fra le figlie della Pietà. Anna Maria, conosciuta anche come Anna Maria del Violin, rimase per tutta la sua esistenza all’interno dell’Ospedale della Pietà, il convento, orfanotrofio e conservatorio di Venezia, percorrendo i vari livelli di gerarchia: da figlia di Choro a figlia privilegiata, per passare poi a maestra di strumento fino a diventare Maestra di coro, il ruolo in assoluto più elevato.
Un talento, quello per la musica, celato dietro le grate del coro della Pietà, attraverso cui incantava tutti coloro che passavano dall’Ospedale e che la definirono entusiasticamente come “il primo violino d’Italia”.
Nata fra il 1695 e il 1696, Anna Maria era l’allieva privilegiata dal Prete Rosso, solo per lei, infatti, vennero composti venticinque concerti, con un cimento tecnico molto elevato. Una polistrumentista esperta, un’orchestrale particolarmente versatile in grado di esibirsi con altri strumenti oltre al violino, che era la specialità. Anna Maria aveva raggiunto un livello di maturità e di virtuosismo degno di una professionista quando, all’età di venticinque anni, venne acquistato per lei un violino del celebre Matteo Sellas, un celebre liutaio, il cui prezzo dello strumento lascia intuire la bravura della ragazza.
Le figlie della Pietà erano delle giovani donne orfane che venivano accolte in età infantile, senza cognome e senza futuro. Questa Istituzione dava loro una possibilità di riscatto: qui potevano imparare un mestiere e trovare un marito. Fra queste, una piccola élite selezionata entrava a far parte del coro, le Figlie di Choro, di cui faceva parte Anna Maria.
Il suo talento era talmente evidente che venne soprannominata “Del Violin”, una sorta di cognome con cui veniva riconosciuta la sua grande abilità e passione per la musica, ma anche la sua origine illegittima, un marchio a fuoco indelebile che porterà fisicamente sulla sua pelle.
Diventare “figlie di coro” costituiva un privilegio: a differenza delle “figlie di commun”, quelle di coro avevano diritto a un vitto migliore, potevano ricevere gratificazioni in danaro e, se chieste in sposa a qualcuno, venivano proviste dall’Ospedale di una piccola dote.
Un numero ristretto di quattordici fanciulle, scelte ogni tre anni fra le figlie di coro più meritevoli e due maestre, costituiva il gruppo delle “figlie privilegiate”. A loro era concesso di prendere sotto la propria tutela una “figlia di educazione”, ossia fanciulle dell’aristocrazia o della borghesia mercantile che pagavano una retta per ricevere una solida educazione musicale.
Anna Maria passò tutte queste fasi di formazione e raggiunse addirittura il livello di Maestra di coro, doveva dirigere il coro, vigilare sulla disciplina, replicare gli insegnamenti dei maestri e farne le veci quando erano assenti. Una vita interamente trascorsa presso l’Istituto della Pietà, dove morì all’età di novantasei anni dopo una lunga febbre e un talento riconosciuto da Antonio Vivaldi, che la omaggiava evidenziando in lettere maiuscole “AMore” nei concerti di viola d’amore per lei scritti.
Fonte: 1600.venezia.it
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MGF

Quando nel 2006 Tarana Burke fondò il movimento Me Too, difficilmente poteva prevedere che strada avrebbe preso. All’epoca Burke viveva in Alabama, e lavorava per Just Be Inc., un’organizzazione che aiutava le ragazze a ritrovare l’autostima. “Durante questi incontri capitava spesso di parlare con adolescenti che avevano subìto violenza sessuale – racconta Burke a Insider – a volte erano così giovani da non riuscire a realizzare che, in realtà, certi gesti erano dei veri e propri abusi”.
Undici anni dopo, il New York Times e il The New Yorker pubblicano i primi dettagli dello scandalo Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, l’“imperatore di Hollywood”, è accusato di aver perpetrato per anni molestie sessuali e ricatti. Le attrici Rose McGowan e Ashley Judd sono tra le prime a denunciare. “Se anche tu sei stata vittima di violenza, scrivi Me Too e condividi questo post”, twitta nel 2017 l’attrice Alyssa Milano, che finalmente trova il coraggio di raccontare la sua storia. L’hashtag esplode, è l’inizio di un fenomeno globale.
Per altri ancora #MeToo non è mai finito, e per quanto sia difficile misurare l’impatto che ha lasciato, lo ritroviamo nella pratica di tutti i giorni.
Campiamo di più e il bello è che gli anni aggiunti rispetto ai nostri predecessori si piazzano nella mezza età, allungandone i tempi e il vigore. Non sono cioè gli ultimi anni di vita, i più disagiati, che si protraggono. Occorre allora che cambiamo nella nostra opinione il concetto di vecchiaia e guardiamo con altra considerazione alle età di 75 e 80 anni. Ad affermare questi aggiornamenti sui nostri cicli di vita è la professoressa Tania Rantanen, dell’Università di Jyväskylä in Finlandia, alla fine di un confronto, insieme a un gruppo di collaboratori, tra le persone di età 75-80 anni oggi e i loro “coetanei” di 30 anni fa, negli anni ’90. Lo studio è stato pubblicato sui Journals of Gerontology.
«Una maggiore attività fisica e l’aumento della dimensione del corpo spiegano il modo di camminare più svelto e la maggiore forza muscolare degli attuali anziani – osserva la dottoressa Kaisa Koivunen – mentre la maggiore ragione sottostante alle differenze nelle abilità cognitive dipende dagli studi più prolungati». Aggiunge il ricercatore Matti Munukka: «Il gruppo nato più tardi è cresciuto e è vissuto in un mondo diverso rispetto ai predecessori, in cui si sono verificati molti cambiamenti favorevoli. Il che include una migliore alimentazione, maggiore igiene, miglioramenti nel campo della salute e del sistema scolastico, un più facile accesso all’istruzione e una vita di lavoro migliore».

PORTARE UN PO’ DI CHIAREZZA