Regia di Eric Khoo – Giappone, Francia, Singapore, 2024 – 105′
con Catherine Deneuve, Yutaka Takenouchi, Jun Fubuki

 

 

 

 

 

UN PONTE TRA ORIENTE E OCCIDENTE, GRAZIE ANCHE ALLA PRESENZA DI UN’ETEREA CATHERINE DENEUVE.

Con una sceneggiatura scritta del figlio Edward che configura una storia di padri e figli che ha probabilmente più di uno spunto autobiografico, Eric Khoo aggiunge un altro capitolo alla sua consistente e variegata filmografia con Spirit World. Attraverso una narrazione rigonfia di scosse ma che non abbandona mai il suo ritmo piano e disteso, il regista realizza un prodotto da esportazione volto però a contaminare di spiritualità orientale il materialismo insito nella moderna cultura dell’Occidente del mondo. E lo fa attraverso il corpo e l’interpretazione di Catherine Deneuve, nel film Claire Emery, celebre cantante transalpina impegnata in un ultimo tour di addio alle scene che tocca anche Tokyo, dove i suoi dischi del passato sono celebri e amatissimi. Un vecchio musicista ora accordatore di pianoforti (Masaaki Sakai) è un suo grande fan, e non si fa sfuggire l’occasione di prendere il biglietto per il concerto, con l’intenzione di farle firmare un disegno realizzato in passato dal figlio. Quest’ultimo (Yutaka Takenouchi) è un regista in grande crisi d’ispirazione, che ha realizzato in passato due film d’animazione ormai cult assoluti, bloccato da una crisi creativa sfociata nell’alcolismo.
Da queste premesse si dipana un racconto che mette in connessione mondi terreni e ultraterreni, con il trait d’union rappresentato dalla festa di Obon, dove per la tradizione nipponica si compie l’incontro e il saluto tra morti e viventi.
Come da tradizione, gli spiriti inquieti che hanno lasciato in sospeso qualcosa al momento del trapasso non abbandonano definitivamente la Terra, ma vagano accompagnando da presso gli affanni e le gioie dei loro cari. Il momento della transizione da un piano astrale all’altro è messo in scena da Khoo con semplicità e naturalezza, un forte sibilo a scuotere i timpani e poi l’immediata osservazione “esterna” del corpo morente, senza più ovviamente la possibilità d’interagirvi.
Si configura quindi in Spirit World una seconda occasione per padri e figli da tempo distanti, o magari anche solo per spiriti affini che non hanno mai incrociato le traiettorie dell’esistenza, come Claire e il suo vecchio fan, che svariati decenni orsono faceva parte di un gruppo di musica “surf” insieme alla sua amata, che aveva abbandonato per amor di carriera lui e il figlio piccolo. I due riusciranno a salvare il ragazzo ormai uomo da un momento di sconforto e da un tentativo di suicidio che riprende pari pari la scena finale del film d’animazione realizzato da quest’ultimo; anche il disegno realizzato da bambino che la cantante autograferà rappresenta una sorta di premonizione a quest’evento, ed ecco che anche passato e futuro diventano vasi comunicanti, molto distanti dalla percezione consequenziale di tempo e spazio che ci è ormai propria. Khoo è capace di trasmettere concetti così “alti” con una naturalezza di tocco derivatagli dall’ormai lunga esperienza, e parimenti ad inserire il soprannaturale tra gli eventi possibili con una credibilità non comune.
L’arte in Spirit World, sia essa musicale o figurativa, è il ponte attraverso cui connettere anime e spazi, tempi e modi: ma, da sola, non basta ad evitare incomprensioni e dolori, e la pacificazione può arrivare soltanto dopo faticosi percorsi di autocoscienza che non finiscono con la fine dell’esistenza, ma possono trovare compimento anche in quel mondo di mezzo che la festa delle lanterne di Obon eterna e celebra, in questo non molto dissimile dal Dia de los Muertos della cultura centro-sudamericana. Un ponte ulteriore dunque, per un’opera che si posiziona fuori da questi tempi cinici ed egotisti, che vuole comunicare l’importanza delle seconde occasioni, del non cadere nel baratro depressivo, del sentirsi vicini e connessi ai propri cari anche quando sembra che ci abbiano abbandonato per sempre. Un ultimo cenno alla prova di Catherine Deneuve, che sembra ragionare su se stessa e sul suo status attraverso il suo ruolo, elegante sia su un palcoscenico teatrale sia mentre abbraccia/non abbraccia un semisconosciuto sulla spiaggia: non sappiamo in quanti altri film reciterà, ma questo sarebbe un perfetto passo d’addio.

Donato d’Elia – Quinlan.it

Tematiche: vita e morte, lutto, comunicazione tra mondi, solitudine, cultura giapponese, redenzione e seconde occasioni


Ambientato in un Giappone che il regista singaporiano osserva e comprende sempre più dall’interno e sempre meno da forestiero, il film è un’esplorazione intima di elaborazioni del lutto e legami famigliari compromessi. L’empatia del regista (e sceneggiatore) verso la materia trattata è l’architrave su cui si regge l’intera operazione, che sacrifica ogni vezzo stilistico sull’altare dell’indagine emotiva.


Khoo costruisce una storia semplice, in cui i fantasmi rappresentano la leggerezza e la poesia, ai limiti della retorica, e regalano malinconia ma anche credibilità a personaggi di cui ci si affeziona, con una Deneuve lontana dalla sua proverbiale razionalità ironica e sarcastica.


“Spirit World” è un viaggio tra questo e altri mondi, tra i vivi e i morti, tra le stagioni e le emozioni, tra la città e il mare, tra le canzoni che Claire ha cantato, quelle che Yuzu avrebbe voluto comporre e i film realizzati da Hayako.
Un viaggio intelligente, garbato, vivissimo, nel corso del quale i protagonisti vengono a patti con la loro vita, i loro affetti, i loro spiriti.

Recensioni
3/5 MYmovies
3/5 ComingSoon
3,5/5 Sentieri Selvaggi

 

OBON

 

L’Obon, o più semplicemente Bon, è la festa delle lanterne, una delle più importanti ricorrenze giapponesi che si svolge ogni anno in estate, dal 13 al 16 di agosto. Le sue antiche origini sono legate all’usanza buddista di venerare gli spiriti dei propri antenati.

Secondo le credenze popolari, durante l’Obon le anime dei defunti tornano per ricongiungersi ai propri cari, e simbolicamente le lanterne accese servono a guidarle verso la strada di casa. Per molti giapponesi questa festività è un’occasione di raduno con la famiglia e di ritorno alla propria città natale.

Ci sono alcune regioni in cui questa festività è anticipata al mese di luglio.
Lo Shichigatsu Bon, ovvero Bon di luglio, è basato sul calendario solare e si celebra in alcune aree del Kanto e del Tohoku. Quando invece cade ad agosto, secondo il più comune calendario lunare, viene definito Hachigatsu Bon.

La pratica buddista dell’Obon ha origini cinesi ed è stata introdotta in Giappone nel VII secolo. Secondo una leggenda, il monaco Mokuren, un discepolo del Buddha, vide la madre defunta grazie a dei poteri soprannaturali, e si accorse che il suo spirito soffriva perché si trovava nel regno dei fantasmi affamati. Mokuren chiese al Buddha come poteva liberare la madre dalle sofferenze, e lui gli disse di fare delle offerte agli altri discepoli.
Dopo aver messo in atto la richiesta del Buddha, Mokuren rivide lo spirito della madre finalmente liberato, e si rese conto dei numerosi sacrifici e gesti di altruismo che sua madre aveva fatto per lui in passato: sopraffatto dalle emozioni il discepolo di Buddha iniziò una particolare danza di felicità, che venne chiamata “Bon Odori”.

Tradizionalmente nei primi due giorni di festività vengono poste delle lanterne fuori casa per guidare gli spiriti degli antenati, permettendogli di ritrovare la propria dimora terrena: questa pratica era molto diffusa un tempo, ma al giorno d’oggi sono sempre meno le persone che seguono la tradizione.
Il 15 del mese ci si reca al cimitero insieme alla famiglia per pregare, portando in offerta agli spiriti dei defunti cibo e bevande. Il giorno successivo si accendono nuovamente le lanterne, che questa volta hanno lo scopo di indicare agli spiriti la strada di ritorno per l’aldilà: a seconda delle usanze dei vari luoghi, queste vengono portate al tempio oppure lasciate trasportare dalla corrente di corsi d’acqua o del mare.

Per celebrare l’Obon vengono organizzate delle feste di paese in tutto il Giappone, con tante bancarelle e grandi spettacoli di luci. Per l’occasione i giapponesi usano indossare lo yukata o un leggero kimono estivo.
Una parte molto importante della celebrazione dell’Obon è la danza Bon Odori. Ogni zona del Giappone utilizza la sua musica e la sua danza tradizionale: la più famosa fra tutte è l’Awa Odori nella città di Tokushima, che attira ogni anno più di 1 milione di turisti.
Migliaia di persone vestite in abiti tradizionali danzano per le strade della città regalando agli spettatori uno spettacolo meraviglioso.

Fonte: ItaliaJapan.net

MGF

 

 

Regia di Mike Leigh – Gran Bretagna, Spagna, 2024 – 97′
con Marianne Jean-Baptiste, Michele Austin, David Webber

 

 

 

 

UN RACCONTO INTIMO E SCONVOLGENTE SU RELAZIONI FAMILIARI DITORTE DAI SEGRETI

Londra oggi, Pansy è una casalinga cinquantenne che trascorre le sue giornate tra il letto e il divano, dedicandosi alla pulizia maniacale della casa. Con lei vivono il marito Curtley, che ha un’impresa edile, e il figlio maggiorenne Moses, che ancora non ha trovato un indirizzo di vita. Pansy è esausta e urla tutto il suo dolore e nervosismo ai suoi cari, compresa la sorella Chantelle. Nel giorno della Festa della Mamma le due sorelle si ritrovano per andare al cimitero e da lì si apre un vaso di pandora torrenziale…
Il regista britannico Mike Leigh in oltre cinquant’anni di carriera si è distinto per racconti di matrice sociale e intimista, scavando nell’animo umano, senza timore di trovarsi faccia a faccia con inquietudini e amarezze. Tra i suoi film più noti “Segreti e bugie” (1996, Palma d’oro al Festival di Cannes), “Il segreto di Vera Drake” (2004, Leone d’oro alla Mostra di Venezia), “Another Year” (2010) e “Turner” (2014, sul pittore William Turner). Nei cinema da fine maggio 2025 con Lucky Red “Scomode verità” (“Hard Truths”), presentato al 49° Toronto Film Festival (2024), che ricompone il sodalizio artistico tra il regista e l’attrice Marianne Jean-Baptiste dopo “Segreti e bugie”.
Un’opera sul senso di frustrazione e impotenza verso una vita spiaggiata su un binario morto, tra genitorialità, matrimonio e legami familiari.
Mike Leigh ci consegna un altro ritratto femminile di grande intensità. La sua protagonista Pansy, che Marianne Jean-Baptiste interpreta magistralmente, è una donna accesa dal dolore e dallo sconforto, che spesso deborda in risentimento.
Pansy è infelice, e non riesce più a contenerlo. Rompe gli argini emotivi e scarica tutto su chi le è accanto. Investe il marito Curtley di lamentele per i suoi silenzi ingombranti, per non aver amato e formato il figlio a una vita adulta capace e responsabile; attacca il figlio Moses perché troppo indolente e scansafatiche, avviato a un’esistenza rovinata e infelice (come la sua). Ancora, Pansy ha parole dure e lacrime pesanti anche nei confronti della sorella Chantelle, che è del tutto diversa, ilare e dal sorriso leggiadro. Pansy e Chantelle non si sono aiutate nel corso della vita, soprattutto durante la malattia della madre. Tutto il peso è finito sulle spalle di Pansy che si è dovuta rimboccare le maniche, scivolando così in una spirale di scelte e sacrifici sbagliati. Il colloquio con la sorella, tra cimitero e casa, si fa rivelatore: Pansy legge chiaramente, lo dice a gran voce, i suoi errori, la situazione esistenziale in cui è piombata e da cui non riesce più a sottrarsi. Si sente in gabbia, e lo spettatore respira con lei un senso di claustrofobia estenuante. In questo Mike Leigh raggiunge il suo obiettivo, facendoci sperimentare la condizione di chi vive nella sofferenza, nell’incomprensione.
“Scomode verità” è un film denso e acuto, percorso però da vibranti tensioni negative che oltre a inquinare l’animo della protagonista si attaccano all’epidermide dello spettatore. Un’opera attenta, ma anche sfidante e stancante, che descrive il mal di vivere senza però offrire appigli o soluzioni.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana
Tematiche: Amore-Sentimenti, Dialogo, Dolore, Donna, Famiglia, Famiglia – fratelli sorelle, Famiglia – genitori figli, Lavoro, Matrimonio – coppia, Morte


Il focus di Scomode verità si schiude con tocchi misurati ma non delicati, quando l’irruenza di Pansy, scrutata dallo sguardo antropologico minimalista di Leigh, si inquadra prima tra gli spigoli acuminati della black comedy, calibrata su un personaggio verboso, travolgente e non maneggevole, poi nelle reticenze che svelano in punta di piedi un ritratto del lutto non elaborato.


Maestro del realismo e umanista fuori moda, Leigh non prescinde mai dalla commedia che postula il dramma, dall’umorismo senza il quale la vita sarebbe un’occasione perduta, dal cuore che batte anche oltre una coperta che fa da barriera, il giubbotto come corazza, nella lacrima che sgorga immaginando una rinascita.


Scomode verità è la quintessenza di un film di Mike Leigh: un racconto intimo e sconvolgente su relazioni famigliari distorte dai segreti e le bugie che l’uno ha rispettivamente nascosto o propinato agli altri.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
4/5 Cinematografo
4/5 Cineforum

 

LA PSICODINAMICA DELLE RELAZIONI FAMILIARI

La psicodinamica delle relazioni familiari è lo studio dei processi psichici che si attivano e si influenzano reciprocamente tra i membri di una famiglia, in relazione al contesto sociale e culturale in cui vivono. Questa disciplina si occupa di esplorare le dinamiche affettive, emotive, cognitive e comportamentali che caratterizzano la vita familiare, sia nella sua dimensione individuale che collettiva.
La famiglia è il primo ambiente in cui l’individuo umano si sviluppa e costruisce la sua identità e la sua personalità.

Le esperienze vissute in famiglia, infatti, hanno un impatto significativo sullo sviluppo psicologico, sulla salute mentale, sulle relazioni interpersonali e sulla storia esistenziale di ogni persona. Allo stesso tempo, la famiglia è un sistema dinamico e complesso, che cambia nel tempo e si adatta alle trasformazioni sociali e culturali.
Uno dei modelli più utilizzati per comprendere la psicodinamica delle relazioni familiari è quello sistemico, che considera la famiglia come un sistema aperto, composto da elementi interdipendenti e in costante interazione con l’ambiente esterno. Secondo questo approccio, la famiglia ha una propria organizzazione interna, basata su regole, ruoli, confini e comunicazione, che ne determinano il funzionamento e l’equilibrio.
La famiglia, inoltre, è un sistema evolutivo, che attraversa diverse fasi nel corso del suo ciclo vitale. Ogni fase comporta dei cambiamenti strutturali e funzionali, che richiedono alla famiglia di adeguarsi e di negoziare nuovi equilibri.
Alcune fasi critiche sono la formazione della coppia, la nascita dei figli, l’adolescenza dei figli, la separazione dei figli dalla famiglia d’origine, il pensionamento dei genitori e la vecchiaia.

Un altro modo di analizzare la psicodinamica delle relazioni familiari è quello di considerare la famiglia come un insieme di sottosistemi, cioè di gruppi più ristretti che si formano all’interno del sistema più ampio. Ogni sottosistema ha una propria identità, una propria funzione e una propria modalità di interazione con gli altri sottosistemi. Alcuni esempi di sottosistemi sono la coppia genitoriale, i fratelli, i nonni e i nipoti.
I sottosistemi sono delimitati da dei confini che possono essere più o meno rigidi o permeabili. I confini servono a regolare il flusso di informazioni, di emozioni e di energie tra i sottosistemi, a proteggere l’autonomia e la privacy di ogni gruppo e a favorire la differenziazione e l’integrazione dei suoi membri.

 

I confini, tuttavia, devono essere adeguati alla fase evolutiva della famiglia e alle esigenze dei suoi componenti. Se i confini sono troppo rigidi, possono impedire la comunicazione e la collaborazione tra i sottosistemi, creando isolamento e rigidità. Se i confini sono troppo permeabili, possono favorire l’ingerenza e la confusione tra i sottosistemi, creando dipendenza e fusione.

 

 

 

Un altro aspetto importante della psicodinamica delle relazioni familiari è quello del processo attraverso il quale la famiglia trasmette ai suoi discendenti una serie di elementi psichici, affettivi, relazionali e culturali, che provengono dalle generazioni precedenti.
Infine, un altro aspetto rilevante della psicodinamica delle relazioni familiari è quello dello sviluppo affettivo dei suoi membri.
Per favorire lo sviluppo affettivo dei suoi membri, la famiglia deve essere in grado di offrire loro un ambiente caldo, empatico, rispettoso e autentico, in cui possano esprimere liberamente le proprie emozioni, ricevere sostegno e comprensione, sentirsi accettati e valorizzati per quello che sono. L’analisi delle dinamiche familiari consente di rilevare le cause e le conseguenze dei conflitti o delle sofferenze manifestate all’interno della famiglia. Queste possono emergere sia a livello individuale che collettivo, e la comprensione di tali dinamiche può guidare interventi mirati.
La psicodinamica delle relazioni familiari è un campo di studio molto ampio e articolato, che richiede una prospettiva integrata e multidimensionale. La famiglia non può essere ridotta a una semplice somma di individui isolati, ma va considerata come un sistema complesso e dinamico, che interagisce con il contesto sociale e culturale in cui vive.

Fonte: VasodiPandora.online

 

MGF

Regia di Matteo Gagliardi

con Luigi Diberti, Benedetta Buccellato

Docu-fiction – Italia, 2023 – 90′

 

 

 

L’ANALISI INTERPRETATIVA DI UN CLASSICO ATTRAVERSO LA DIMENSIONE CONTEMPORANEA

Mirabile visione: inferno, il documentario diretto da Matteo Gagliardi, è un percorso documentaristico che riprende i grandi temi della Divina Commedia e li adatta nei “se” della contemporaneità. Ciò che colpisce è l’intreccio della filmografia in cui sembra risiedere una misteriosa e dettagliata perfezione che invita a delineare aspetti che riprendono il contesto sociale odierno, una simulazione sperimentale che inscena il progresso e il regresso sociale costruendo un racconto di elevata calibratura dal punto di vista culturale, politico e morale. Infatti, si legge nel documentario la denuncia provocatoria nei confronti di una modernità pigra e immobile. Attraverso lo sguardo della professoressa Argenti interpretata da Benedetta Buccellato, si analizzerà l’interpretazione che i suoi studenti faranno nel conoscere la figura di Dante Alighieri e soprattutto la capacità che dimostreranno nell’inserirlo nei loro contesti quotidiani come rappresentazione di eterni valori.
Mirabile visione: inferno offre una ripresa documentaristica che non sacrifica la parola ma la restituisce alla metafora personificata, attraverso l’essenzialità di personaggi che inscenano il paradosso umano. Padre Guglielmo, interpretato da Luigi Diberti, darà l’indicazione d’apertura verso l’indagine, restituendo al suo personaggio, in parte, l’onere di rappresentare Virgilio, importante portavoce di un messaggio trascendentale che giunge negli oscuri abissi infernali.
I gironi danteschi diventano allegoria e inscenano un esasperato contesto planetario in rivolta, metafora di un mondo che ha vissuto le più tristi calamità umane, il crollo di ideali, la caduta di una umanità che ha sfidato la natura ed ingannato lo stesso uomo. Una metafora che rigurgita gli estremi di una umanità moderna in cui prevalgono rabbia e risentimento nelle loro forme più estreme.
In 90 minuti, cerchio per cerchio, ripercorrendo la strada immaginata da Dante, si ripercorre una realtà attuale di cui sembra non comprendiamo i rischi e il pericolo muovendoci senza consapevolezza tra nuove guerre mondiali digitalizzate, tra comportamenti arroganti ed abusi di potere, tra dittature religiose e razzismi smisurati, l’un contro l’altro armato dalla sete di individualismo e sopraffazione, assuefatti o sottomessi ad ogni forma di violenza.
Matteo Gagliardi, con grande abilità illustrativa pone in essere la storia di un secolo, il Novecento, senza risparmiare nulla; documenti, analisi, immagini di grandi e piccoli eventi; tematiche climatiche ed ambientali, povertà, sfruttamento, piaghe sociali ed eccessi consumistici.
Dante potrebbe realmente vivere nel nostro mondo? L’intero documentario sembra rimarcare uno stretto legame tra ieri ed oggi; la selva oscura del peccato che sopravvive nell’uomo moderno.
Mirabile Visione: inferno è un lavoro scenografico eccellente, un’interpretazione che teoricamente convince ma che in parte si contraddice.
93 minuti indubbiamente sono sufficienti per porre delle domande ma non abbastanza per esprimere le dovute risposte. Un esperimento documentaristico di grande valore e di grande impatto culturale che semina una speranza: “E uscimmo a riveder le stelle”!

Giulia Massara – Cinematographe.it


La Divina Commedia di Alighieri, a cui il film rende un denso, meticoloso e intelligente tributo per i suoi settecento anni di storia, rappresenta ancora una delle opere più contemporanee che siano mai state scritte.


Oltre che viaggio attraverso la “Infima lacuna”, Mirabile Visione: Inferno è anche e soprattutto una potente radiografia dei mali che affliggono il mondo di oggi. Alla radice dei quali sono le colpe e le umane debolezze, di cui il capolavoro dantesco è una straordinaria allegoria.


Recensioni
3,9/5 ComingSoon
4,3/5 MyMovies
3/5 Cinematographe.it

 

FRANCESCO SCARAMUZZA

Francesco Scaramuzza nasce a Sissa (Pr) il 14 Luglio 1803 da Nicolò e Marianna Benedetta Frondoni.
Sin dai primi anni di studio, il giovane dimostrò una spiccatissima predisposizione al disegno tanto da indurre i genitori ad iscriverlo al corso di pittura della Regia Accademia di Belle Arti, dove in seguito ottenne anche una cattedra che mantenne fino al 1877.
Vinse nel 1820, durante gli studi, vari premi e nel 1826 un corso di perfezionamento a Roma, dove realizzò i suoi primi lavori.
Nel 1836 partecipò all’Esposizione di Milano con un quadro rappresentante l’episodio dantesco del Conte Ugolino. L’opera suscita interesse e ammirazione sia tra il pubblico che tra i critici, cosa che dà al pittore la sicurezza e la spinta per cimentarsi nello studio dell’intera opera dantesca.
L’illustrazione della Divina Commedia consta di 243 cartoni: 73 per l’inferno, 120 per il Purgatorio e 50 per il Paradiso. Fu esposta per la prima volta a Parma nel 1870, non ancora compiuta ma già a buon punto per poter essere giudicata un capolavoro.
Parallelamente all’impegno di illustratore di Dante, Francesco Scaramuzza svolse un’attività pittorica di cui restano valide testimonianze nella Pinacoteca di Parma, in diverse Chiese e in collezioni private sparse in Italia ed all’estero.
Francesco Scaramuzza morì a Parma il 20 Ottobre 1886.

Fonte:

https://prolocosissa.jimdofree.com/personaggi/scaramuzza-francesco/

 

IL NOSTRO OSPITE: MATTEO GAGLIARDI

Matteo Gagliardi è un regista, sceneggiatore e montatore nato il 10 maggio 1978 a Jesi, in provincia di Ancona. Terminato il liceo scientifico, si iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università degli Studi di Macerata mentre da autodidatta si specializza nella realizzazione di numerosi corti di formazione. Nel 2007 approfondisce in regia cinematografica con un corso intensivo alla New York Film Academy in Directing and Theatrical Production.
Inizia a lavorare nel mondo del cinema come assistente alla regia nel biennio 2008-2009. Sempre nel 2009 inizia, per poi concludere due anni dopo, la realizzazione dello spettacolo fulldome di 40 minuti SpaceOpera (2011). Si tratta di un filmato per planetari digitali e teatri Omnimax in cui lo spettatore, avvolto da una visione a 360 gradi, si ritrova all’interno di una astronave aliena mentre attraversa e (ri)scopre il cosmo guidato dalla voce italiana della Principessa Leila in Star Wars, Ottavia Piccolo.

 

Nel 2012 è co-autore del docufilm Fukushame: Il Giappone Perduto (2013) ed è montatore e curatore degli effetti speciali visivi del corto 41° Parallelo per la regia di Davide Dapporto con protagonista il padre, Massimo Dapporto, Gianfelice Imparato ed Ernesto Mahieux. Sempre nello stesso anno, è direttore artistico dell’evento Black&White dell’America’s Cup a Napoli, realizzando per l’occasione e per la prima volta in Italia, una Discodome ovvero discoteca avvolta da immagini a 360°.

 

Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene nel 2016 quando realizza Fukushima: a nuclear story. La pellicola viene venduta in almeno 20 paesi aggiudicandosi il premio DIG 2016, il Premio di miglior docufilm all’Uranium Film Festival 2016 a Rio de Janeiro e raggiungendo la rosa dei finalisti ai Nastri d’Argento 2017.

Si dedica dal 2019 al 2022 in qualità di produttore, co-autore e regista, nella realizzazione del docufilm sulla Divina Commedia di Dante Alighieri in occasione dei 700 anni dalla sua morte, dal titolo Mirabile Visione: Inferno (2023). La pellicola viene distribuita in oltre 230 sale con il Patrocinio del Ministero della Cultura. Sempre nel 2021 ha coordinato la realizzazione del volume Francesco Scaramuzza e le tavole per la Divina Commedia con testi di Vittorio Sgarbi, e con il contributo dei Fondi per le Celebrazioni Dantesche.

 

MGF

 

 

Regia di Scott McGehee, David Siegel – USA, 2024 – 119′
con Naomi Watts, Bill Murray, Sarah Pidgeon

 

 

 

 

 

UN DRAMMA NEWYORCHESE IN AMBIENTE LETTERARIO, CON DUE OTTIMI ATTORI.

La romanziera e docente di scrittura di New York Iris vive da tempo un blocco creativo, aggravato dal dolore per la morte del suo amico e mentore Walter, un anziano autore amato e rispettato. Mentre cerca di rimettere in sesto la sua vita solitaria, Iris viene a sapere dalla vedova di Walter una delle ultime volontà dell’amico: affidare a lei il suo adorato alano Apollo, altrimenti destinato a un canile. Inizialmente riluttante, Iris porta Apollo nel suo appartamento di Manhattan, ma qui le cose si fanno complicate: il grosso animale è anche lui in lutto, apatico e malinconico; nell’edificio è vietato tenere animali domestici e la sua presenza rinverdisce in Iris i ricordi di Walter. La difficile convivenza, però, anche attraverso la scrittura, insegnerà a entrambi, alla donna e all’alano, a capirsi a vicenda.
Il film è la trasposizione di un romanzo, “L’amico fedele” di Sigrid Nunez, che nel 2018 vinse il National Book Award: l’elaborazione del lutto di una scrittrice, l’attraversamento di una crisi creativa senza sbocchi e la fuoriuscita attraverso il confronto con una presenza inattesa.
Il dramma newyorchese in ambiente letterario è quasi un sottogenere del cinema americano: si pensi in tempi recenti a “Copia originale”, “Un anno con Salinger”o “Eleanor the Great”, l’esordio di Scarlett Johansson presentato a Cannes.
L’amico fedele non si discosta da un modello che prevede che i personaggi appartengano all’élite intellettuale, che siano scrittori o docenti di scrittura (o entrambe le cose), che abitino in appartamenti pieni di libri e piante da salotto, che frequentino altri scrittori e che si confrontino con temi come il silenzio creativo, i limiti dell’arte, il dolore, la separazione, la fine di un amore o, come in questo caso, di una morte che ha messo fine a un’amicizia.
L’aspetto nuovo del film scritto e diretto dalla coppia Scott McGehee e David Siegel consiste nella presenza dell’alano Apollo, proveniente in questo caso da un altro sottogenere del cinema americano: la commedia con i cani. Anche qui non manca nulla, o quasi: la convivenza che da forzata si fa necessaria; i progressivi miglioramenti e i problemi con il vicinato; i reciproci insegnamenti tra padrone e animale. Manca per fortuna il versante comico dei disastri causati dal bestione pacioccone, dal momento che L’amico fedele, nonostante la simpatia posticcia di Apollo, non tradisce la sua origine letteraria e racconta un’elaborazione del lutto che passa da una donna a un cane e finisce per guarire entrambi.
Certo, chi conosce il libro di Nunez potrebbe rimanere deluso: a parte alcune conversazioni tra Iris e il suo mentore (lei è Naomi Watts e lui Bill Murray, entrambi misurati e senza timore di mostrare i segni del tempo), spesso inserite in voce over a commento delle immagini, mancano i riferimenti dell’autrice al vuoto abbacinante del blocco creativo; al silenzio del suicida che non ha dato spiegazioni e lasciato senza parole chi lo amava; alle riflessioni fulminanti sull’atto di scrivere e creare.
Di tutto questo non c’è traccia, o quasi, nella versione cinematografica, ma forse è un bene: perché L’amico fedele non ha l’ambizione del suo modello, ma cerca di raccontare semplicemente l’impasse esistenziale di una donna e i ricordi di una di una relazione che non c’entrava con l’amore, ma con l’affetto e la corrispondenza di sensi.
Solo così il film riesce a rappresentare la rinascita di Iris attraverso la relazione con Apollo. Tra la donna e il cane si innesca un transfert che riporta idealmente in vita Walter: un amico per lei, un padrone per lui, e per entrambi qualcuno la cui assenza ricorderà per sempre la sua vicinanza. Dal vuoto a volte può nascere la vita.

Recensione : Roberto Manassero – MyMovies


L’amico fedele ha la capacità di riflettere su cosa sia l’amore, e quanto l’amore non possa essere scisso da una certa fisicità (per questo diventa essenziale la grandezza scenica di un alano, goffo eppure maestoso, che Scott McGehee e David Siegel sembrano accarezzare, sequenza dopo sequenza). L’amore assoluto, puro, disinteressato, infinito. L’amore che resta addosso anche quando qualcuno non c’è più, sintetizzato negli occhi smarriti di un cane depresso. C’è qualcosa di più profondo e misterioso di uno sguardo che non ha bisogno di inutili parole?


Gentile, comico e davvero sorprendente, è un dramma introspettivo ed empatico, attraversato da umorismo e commedia, che scalda il cuore e lascia un senso di speranza – quella di poter imparare sempre qualcosa di nuovo dalla vita e da coloro che incontriamo, siano essi uomini o animali.


Questa non è solo la storia di una donna che si lega a un cane: è un racconto di perdita e dolore che sa che sentimenti così profondi non sono confinati a una singola specie.


Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,2/5 Comingsoon
3/5 Ciak Magazine


 

PET THERAPY: COSÌ I CANI POSSONO AIUTARE I PIÙ FRAGILI

Per migliorare la salute e il benessere delle persone, dai bambini agli anziani, i cani e altri animali d’affezione sono impiegati nella cosiddetta pet therapy. Questa semplice espressione indica gli interventi assistiti con animali, comprendendo tutte le attività e le terapie necessarie a incoraggiare l’interesse verso il mondo esterno e la voglia di interagire.
I benefici ottenuti sono molteplici e appurati tanto che, in Italia, l’impiego degli animali da compagnia ai fini di pet therapy è stato riconosciuto come cura ufficiale dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio 2003.
Ci sono alcune razze di cani maggiormente impiegate per la Pet Therapy per indole docile, collaborativa, affettuosa e socievole.

Alcune di queste i Labrador, i Golden Retriever, e gli Shihtzu, ma sono impiegati anche i meticci. Un recente studio sembra spiegare il motivo alla base di questa maggiore interazione e affinità con l’uomo che caratterizza determinate razze. Si tratta di due mutazioni genetiche che potrebbero aver reso il cane maggiormente amico dell’uomo. Esaminando il DNA di oltre 600 cani precedentemente sottoposti ad alcune prove insieme agli umani, è emerso che quelli risultati più affini e attaccati all’uomo, in grado di interpretare correttamente i suoi segnali, con propensione a guardarlo più spesso, presentavano proprio queste variazioni sul gene MC2R per il recettore della melanocortina 2.

I benefici della Pet Therapy sono numerosi e documentati:
– può accrescere l’autostima, soprattutto dei bambini, e la gratificazione di prendersi cura di un altro essere vivente
– può stimolare il linguaggio e la comprensione di nuove parole e azioni
– è di supporto nel processo di socializzazione, aiutando a confrontarsi e a interagire
– può abbassare l’ansia e risolvere la paura nei confronti del cane
– stimola la mente: con specifici giochi, soprattutto con i cani, si stimolano l’elaborazione, l’associazione, il confronto e la memoria

può aiutare a riabilitare il corpo: spazzolare il cane, lanciare la pallina o compiere movimenti più complessi, sono attività impiegate per la riabilitazione e l’allenamento fisico
– stimola le attività sensoriali in caso di cecità o ipovisione, sordità o sordocecità
– ha un effetto calmante: diminuisce la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa

I cani, molto empatici e collaboranti, fungono da mediatori e facilitatori durante gli interventi, soprattutto con persone che faticano a comunicare, hanno deficit cognitivi o motori. L’impiego dei cani per aiutare i bambini e i ragazzi autistici è di importanza fondamentale.
La pet therapy è impiegata anche per attività educative o ludiche, volte a portare svago e un pizzico di leggerezza a pazienti oncologici, alle volte accompagnati anche nel doloroso percorso di fine vita.
In generale, la pet therapy è rivolta a categorie di persone considerate vulnerabili e dunque anche anziani affetti da Alzheimer, ragazzi vittime di bullismo, carcerati e persone in coma vegetativo.

Fonte: Fondazione Veronesi

Il libro di Sigrid Nunez, da cui è tratto il film

 

 

MGF

 

 

 

COMMEDIA
Regia di Paolo Genovese – Italia, 2025 – 97′
con Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Claudia Pandolfi

 

 

 

 

UN FILM DICHIARATAMENTE DA GRANDE PUBBLICO, DIVERTENTE E ATTENTO ALLE NUOVE (IPER)SENSIBILITÀ MASCHILI E FEMMINILI.

L’animazione Disney-Pixar “Inside Out” (2015, 2024) ha conquistato il pubblico raccontando il mondo interiore di una preadolescente che compie il grande salto verso l’età adulta. Abbiamo fatto così la conoscenza delle emozioni che popolano l’animo della protagonista: in un primo momento Gioia, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto; successivamente Ansia, Noia, Invidia e Imbarazzo. Dalle stesse ascisse e ordinate narrative parte l’ultima commedia di Paolo Genovese, “FolleMente”, che indaga l’universo emotivo di due adulti alla prova del primo appuntamento. Genovese – suoi “Immaturi” (2011), “Tutta colpa di Freud” (2014) e “Perfetti sconosciuti” (2016) – visualizza e dà voce a tutto quel turbinio di idee, istinti, sensazioni ed emozioni che divampano nella mente quando ci si relaziona con l’altro, quando ci si mette in gioco in una relazione. Come protagonisti il regista romano ha scommesso sull’alchimia tra Pilar Fogliati ed Edoardo Leo, mentre per dare volto alle personalità di lei ha puntato tutto su Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini e Maria Chiara Giannetta. A popolare invece il mondo interiore maschile sono Marco Giallini, Claudio Santamaria, Rocco Papaleo e Maurizio Lastrico.
Roma, ora di cena. È il primo appuntamento per la trentacinquenne Lara e per il quarantenne Piero.
L’invito è partito da lei, che ha organizzato una cena; lui ha risposto positivamente, nonostante ci fosse in programma il derby calcistico della squadra del cuore. Entrambi sperimentano così diversi stati emotivi, spesso contrastanti, che vanno dall’agitazione alla timidezza, dall’audacia all’incertezza. A raccontare in diretta tutto questo lavorio interiore sono proprio le personalità che abitano la mente dei due. In quella di Lara ci sono: Giulietta, sognante e romantica; Alfa, decisa e decisionista; Trilli, leggera e sarcastica; e Scheggia, anarchica e rock. In quella di Piero: il Professore, solido e razionale; Eros, sfrontato e seducente; Romeo, dolce e timido; e Valium, stralunato e scettico…
“Con quanti aspetti del nostro carattere – afferma Genovese – dobbiamo fare i conti quando prendiamo una decisione? E quanti scontri avvengono nella nostra mente quando questa decisone è scomoda, complicata, destabilizzante o rischiosa? [È] il punto di partenza di questa commedia che vuole indagare e raccontare la conflittualità che abbiamo nell’affrontare le decisioni della vita e soprattutto nell’affrontare quelle decisioni che la vita ce la possono rendere meravigliosa o insopportabile: ovvero quelle sentimentali”.
Il soggetto del film è dello stesso Genovese, il copione è firmato dall’autore insieme a Isabella Aguilar, Lucia Calamaro, Paolo Costella e Flaminia Gressi. “FolleMente” è un viaggio tra testa e cuore in chiave semiseria, uno scandagliare il parco emozioni di due adulti che si stanno conoscendo e stanno provando a capire se quel primo incontro sarà l’inizio di un sentimento, di una relazione, o meno. Un primo appuntamento che gira come una seduta psicanalitica di gruppo, giocata tra suggestioni acute e battute brillanti. Genovese ritrova smalto ed efficacia narrativa, negli ultimi anni un po’ appannati, ritornando ai livelli di “Perfetti sconosciuti”. “FolleMente” è una commedia che ha ritmo, ariosità e freschezza narrativa, grazie a dialoghi ben cesellati, con lampi pepati e frizzanti, che viaggiano spedititi con attori tutti in parte. Una commedia romantico-sentimentale che si muove agile come uno spettacolo teatrale, un’opera votata all’evasione acuta e leggera, indirizzata a un pubblico adulto capace di ridere e forse ritrovarsi nelle tenerezze e goffaggini dei protagonisti.

Recensione della Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana

Tematiche: Amore-Sentimenti, Cibo, Dialogo, Donna, Famiglia – genitori figli, Matrimonio – coppia, Media, Metafore del nostro tempo


Un classico scenario romantico, ma con una svolta unica: attraverso i pensieri dei protagonisti, vediamo come le diverse personalità che abitano la loro mente interagiscono tra di loro. Nel corso del film, ogni aspetto della loro psiche, dalla razionalità alla follia, dall’istinto al romanticismo, prende vita discutendo, litigando, gioendo e commuovendosi nel tentativo di giungere a una decisione finale.
Il risultato è un affascinante gioco psicologico che ci svela i misteriosi meccanismi che ci fanno agire, riflettere e scegliere. Una commedia romantica che non solo esplora il cuore dei protagonisti, ma anche il caos e la bellezza della nostra mente, sempre in bilico tra desideri contrastanti e decisioni cruciali.


Genovese è alla guida di un film dal coefficiente di difficoltà realizzativa altissimo, ma il cui risultato sono un’ora e quaranta minuti di sorrisi e risate e, soprattutto, la capacità di ritrarre il momento caotico che vivono i rapporti uomo-donna, tra ruoli che si confondono, paure, attrazioni, sentimenti ingombranti e spinte alla razionalità.


La vera forza del film sta nel suo ritmo. Rapido ma deciso, il lungometraggio scorre molto bene, intrattiene e tiene alto l’interesse nel voler scoprire dove si andrà a parare. La comicità è sottile e mai gratuita, ben dosata dall’inizio alla fine.

Recensioni
3,2/5 MYmovies
3,9/5 Comingsoon
4/5 Ciak Magazine

 

LA TEORIA DI EKMAN SULLE EMOZIONI

Paul Ekman

La teoria di Paul Ekman riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni umane, in particolare come queste si manifestano attraverso il volto. Ekman ha identificato sei emozioni di base – gioia, tristezza, paura, sorpresa, disgusto e rabbia – che ha ritenuto essere universali in tutte le culture umane. La sua ricerca ha esplorato come queste emozioni si esprimono attraverso specifiche configurazioni dei muscoli facciali e come le persone possono riconoscere queste emozioni in altri individui.

Ekman ha anche studiato il concetto di “micro-espressioni”, che sono brevi, involontarie espressioni facciali che si manifestano quando una persona cerca di nascondere un’emozione. Queste micro-espressioni possono essere difficili da rilevare ma sono molto rivelatrici delle emozioni interiori di una persona.
La teoria di Ekman ha avuto un impatto significativo in vari campi, tra cui la psicologia, la comunicazione interpersonale e persino in ambiti come la sicurezza nazionale, dove la capacità di leggere le emozioni delle persone può essere cruciale. Tuttavia, la sua teoria è stata anche oggetto di dibattiti e critiche, in particolare riguardo alla questione se le espressioni emotive siano davvero universali o se siano influenzate da fattori culturali e sociali.
Le sei emozioni di base identificate da Paul Ekman nella sua teoria sono:
Gioia: È caratterizzata da un sorriso, angoli della bocca sollevati, e spesso da occhi che si stringono in modo che compaiano le “zampe di gallina”. La gioia è associata a sentimenti di felicità, soddisfazione e trionfo.

 

 

Tristezza: Questa emozione si manifesta con angoli della bocca verso il basso, sopracciglia leggermente corrugate e sollevate, e talvolta con lacrime. La tristezza è collegata a sentimenti di perdita, delusione e disperazione.

 

 

Paura: L’espressione di paura include sopracciglia sollevate e riunite, occhi allargati e spesso labbra leggermente tese o aperte. La paura è legata a sentimenti di ansia, shock e terrore.

 

 

 

Sorpresa: Simile alla paura, ma senza la tensione delle labbra. Le sopracciglia sono sollevate, gli occhi sono molto aperti e la bocca è spesso aperta, ma in modo rilassato. La sorpresa può essere legata a scoperte inaspettate, sia positive che negative.

 

 

 

Disgusto: Questa emozione si manifesta con il naso arricciato, labbra sollevate (come per esprimere disprezzo) e talvolta sopracciglia corrugate. Il disgusto è associato a sentimenti di avversione o repulsione verso qualcosa.

 

 

 

Rabbia: Caratterizzata da sopracciglia abbassate e riunite, occhi fissi e spesso labbra strette o aperte in una sorta di ringhio. La rabbia è legata a sentimenti di irritazione, ostilità e frustrazione.

 

 

Queste emozioni di base sono state studiate in varie culture in tutto il mondo e Ekman ha sostenuto che sono universali e riconoscibili indipendentemente dal contesto culturale.
Gli studi empirici condotti da Paul Ekman hanno giocato un ruolo fondamentale nel campo della psicologia delle emozioni, in particolare per quanto riguarda l’espressione e la percezione delle emozioni attraverso il volto. Questi studi hanno contribuito in modo significativo alla comprensione scientifica delle emozioni e della comunicazione non verbale.

Fonte: Altervista.org

 

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